Campo diocesano 2022 – Lectio a cura di don Gianni

Ecco, io faccio nuove tutte le cose (Ap 21, 5)

Una Chiesa che assume la crisi come condizione permanente da vivere

Introduzione

Il termine crisi ha per noi una connotazione unicamente negativa. Nel linguaggio comune, infatti, è avvertita come un momento oscuro da superare al più presto, spesso solo passivamente, aspettando che passi. In realtà essa può costituire un momento fecondo e costruttivo: il tempo forte per generare comprensioni e cambiamenti che uno scorrere piatto sulla superficie dell’esistenza non permetterebbe mai di attuare. 

L’etimologia della parola ci aiuta forse a capire meglio il motivo per cui temiamo questi momenti: la parola greca krìsis significa «giudizio, separazione, scelta» e il verbo krìnein «separare, passare al setaccio».

Temiamo le crisi, dunque, perché esse ci giudicano, ci vagliano, ci passano al setaccio.

Non a caso, nell’idea di crisi è insito quello, anch’esso sovente temuto da noi, di cambiamento, trasformazione. Ciò che è importante sapere è che il cambiamento prodotto da una crisi, quale che ne sia il fattore scatenante, può essere sia negativo che positivo. La crisi è una situazione, più o meno lunga, di disagio, di malessere, che è sintomo o conseguenza di mutamenti profondi. Tutto sta a come la gestiamo!

Il segreto, insomma, per avere uno sguardo meno angosciato sulla «crisi» è percepire la potenzialità positiva insita in essa. Perché la crisi è vitale: è sintomo di adattamenti e cambiamenti che ci sono richiesti per vivere. Del resto, la prima e fondamentale crisi che ogni uomo vive è la nascita. La nascita è un momento critico per il bambino: solo la morte vi assomiglierà. Il bimbo è espulso dal grembo in cui abitava e gettato più o meno dolorosamente, certo in modo traumatico, nella vita.

La crisi vissuta dal neonato consiste nel fatto che la nascita è taglio, separazione corporea dalla madre, è passaggio da uno stato di unità fusionale nel grembo materno a una nuova situazione in cui egli dovrà pervenire a un’unità relazionale, rispettosa dell’alterità. Venire al mondo è una crisi vitale.

 

Tutte le nostre esperienze di perdita risalgono alla Perdita Originale, la perdita del legame fondamentale madre-figlio […] Non abbiamo ricordi consci di essere stati nell’utero, o di essercene andati. Ma un tempo è stato nostro, e abbiamo dovuto abbandonarlo. E se il gioco crudele di lasciare ciò che amiamo per poter crescere deve essere ripetuto a ogni nuovo stadio dello sviluppo, esso costituisce anche la nostra prima, forse più dura rinuncia. (Judith Viorst)

 

Nella nostra vita, tante e di diverso tipo sono le crisi (gli eventi a cui diamo nome di «crisi») che possiamo incontrare. Morte di persone care, malattie nostre o di persone a noi vicine, separazioni, rotture di legami affettivi, perdita del posto di lavoro, insuccessi scolastici o professionali, ecc. Possiamo però dire che la crisi è sempre una crisi di identità. È una prova in cui siamo chiamati a rinnovare i nostri equilibri in situazioni esistenziali nuove. Come ci sta costringendo a fare quella provocata nel mondo dalla pandemia.

Trovo illuminante questa riflessione di Cristiane Singer, una scrittrice francese:

 

Nel corso del cammino della mia vita ho raggiunto la certezza che le crisi avvengono per evitarci il peggio. Come esprimere che cos’è il peggio? Il peggio è aver attraversato la vita senza naufragi, è essere rimasti sempre alla superficie delle cose, aver danzato al ballo delle ombre, persi nell’inconsistenza, aver galleggiato nelle paludi del “si dice”, delle apparenze, dei luoghi comuni, è non essere mai andato a fondo in una dimensione altra e profonda di sé e delle relazioni. In mancanza di maestri, nella società in cui viviamo, sono le crisi i grandi maestri che hanno qualcosa da insegnarci, che ci possono aiutare a entrare nell’altra dimensione, in quella profondità che dà senso alla vita. In una società tutta intenta a distogliere la nostra attenzione da ciò che è importante, che non indica cammini per entrare nella profondità, in cui tutto è sbarrato, non vi è che la crisi per far crollare questi muri che ci accerchiano. La crisi appare come un ariete capace di sfondare le porte chiuse di queste fortezze in cui noi restiamo rinchiusi, con tutto l’arsenale delle nostre credenze. (Christiane Singer, Del buon uso delle crisi, Albin Michel, Paris 1996, pp. 41-42)

 

È un testo, questo, che trovo molto illuminante, perché ci aiuta a rileggere in una maniera nuova il tempo delle crisi, il tempo della tempesta, il tempo dei venti contrari. L’autrice, tra le tante cose, ci dice che non si diventa adulti quando si è capaci di tenere sotto controllo l’esistenza, ma quando si accoglie anche tutto ciò che sfugge alla nostra presa. La crisi appare allora come un rimescolamento della nostra stessa identità, perché risplende più profondamente ciò che veramente siamo.

Possiamo dire di vivere in un tempo di crisi tutte le volte che ci sentiamo messi in discussione nelle cose fondamentali della nostra vita. Ciò che fino a ieri pensavamo essere vero ed affidabile a un certo punto non lo è più. Che non vuol dire che non esista nulla di vero e di affidabile, ma che molto spesso l’affidabilità e la verità non coincidono con l’immaginario che ci siamo costruiti dentro la nostra testa.

Già nell’esperienza biblica quando le cose che dovrebbero salvare assumono una forma chiara a riconoscibile, inevitabilmente si cristallizzano in un idolo. Ecco perché c’è un comandamento nascosto nell’AT che dice: «Di Dio non bisogna farsi immagine alcuna» (Es 20,4), cioè quando la crisi ci mette in discussione in realtà non sta mettendo in discussione la verità della vita, l’affidabilità della bontà dell’esistenza, anche se è quello che percepiamo. Ciò che sta entrando in crisi è il nostro immaginario, quello che noi avevamo immaginato della verità e dell’affidabilità della vita. Dobbiamo allora rassegnarci al nulla, al vuoto, al tirare a campare? Certo che no! Dobbiamo invece rimetterci in cammino, lasciare che sia la verità a rivelarsi a noi e non noi a disegnare la vita.

 

Primo momento

Genesi 32, 23-33

 

23Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. 24Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi. 25Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. 26Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. 27Quello disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». 28Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». 29Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». 30Giacobbe allora gli chiese: «Svelami il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse. 31Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva». 32Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuèl e zoppicava all’anca.

 

L’episodio di Giacobbe, al guado dello Jabbok, nel cuore della notte (cfr. Mc 4,35: Venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva»), è uno dei testi più belli dell’AT e certamente tra i più ricchi di significati!

Il Patriarca qui affronta e supera una crisi terribile nella quale tutti ci possiamo facilmente rispecchiare.

 

La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo migliore per Giacobbe di entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista. Invece è lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con «qualcuno». Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica in modo generico, «uno, qualcuno» che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero.

 

Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. Di fatti, quando tutto lascia supporre che a soccombere debba essere Giacobbe, è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; ma il Patriarca rifiuta, ponendo [alla fine] una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27).

Ma il rivale, che sembra trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: «Come ti chiami?». E il Patriarca risponde: «Giacobbe» (v. 28).

Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, nella mentalità biblica, vuol dire conoscere la verità dell’altro, e questo consente di poterlo dominare. Rivelando il proprio nome, Giacobbe, si mette nelle mani del suo oppositore, dichiarando la consegna totale di sé all’altro.

Ma in questo gesto di resa anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29). Uno dei significati del nome «Giacobbe» è «ingannare, soppiantare». Cambiandogli il nome, dunque, implicitamente Dio dà a Giacobbe una identità nuova e positiva. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, dal momento che il significato più probabile del nome Israele è «Dio è forte, Dio vince».

E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, anche se si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. Non è più una benedizione ghermita con inganno, ma donata gratuitamente da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso.

Ricevuta la benedizione, il Patriarca può attraversare il guado, portatore di un nome nuovo, ma «vinto» da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta.

Alla luce di questo episodio biblico, concluderei così questa prima parte: la crisi ci spoglia, ci fa andare a fondo, abbatte le immagini manufatte e idealizzate di noi, del mondo e di Dio e così ci fa incontrare la verità di noi stessi, della vita e di Dio. Dio agisce in noi e su di noi soprattutto attraverso eventi, e massimamente eventi di crisi, eventi scardinanti. Per tutti questi motivi possiamo accogliere l’invito di Claude Monnier, Direttore del Journal de Genève:

 

«Non sprecate le crisi! Ben gestite, le crisi sono dei doni del cielo. La crisi è disordine, movimento, fluidità, rottura, e proprio per questo essa può sciogliere ciò che era legato, liberare ciò che era imprigionato. Quando insorge una crisi, spesso gli interessati, invece di cercare di trarne vantaggio, si danno da fare per chiudere le falle apertisi, per riparare ciò che non può essere riparato, per riformare la superficie e non il fondo. Il loro combattimento di retroguardia fa affondare il battello che vorrebbero salvare. E una volta che la crisi è passata, ecco che le persone, che nel momento dell’anarchia e della rottura erano pronte a cambiamenti inauditi, non solo non ne accettano più alcuno, ma difendono con le unghie o a colpi di cannone ogni millimetro di terreno, ogni privilegio… Che dite? Che la crisi vi prende di mira ingiustamente? Vi scongiuro, fate attenzione alla crisi, non sprecatela. Essa è il vostro tesoro, è la vostra possibilità, è l’avvenire del mondo».

 

E se stiamo pensando alla pandemia come alla più grande crisi che l’umanità sta affrontando in questo ultimo scorcio di secolo, ci può venire incontro una bella intuizione di Giuliano Zanchi (direttore della Rivista del Clero Italiano e docente di Teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano): partendo dal paragone dell’epidemia ad una marea che nella sua ondata di piena sovrasta qualsiasi cosa ma quando si ritira lascia «qualche sparso tesoro e relitti di ogni genere», egli suggerisce alla Chiesa di oggi una strada concreta e utile. Il compito della Chiesa, egli dice, sarà quello di «farsi l’occhio per i tesori emersi e disfarsi dei relitti», vincendo la tentazione (perché di vera e propria tentazione si tratta!) «di far finta di niente e andare avanti come se niente fosse» (G. ZANCHI, Lasciare i relitti, trovare i tesori…, in Nell’oggi e nel domani di Dio. Percorsi pastorali 2020-2021 della Diocesi di Cremona).

Proprio questa consapevolezza fa dire a papa Francesco – nella Lettera indirizzata alla rivista spagnola Vida Nueva – che occorre oggi una risorsa interiore e spirituale che è «il coraggio di una nuova immaginazione del possibile».

La crisi – dice ancora con forza alla Curia Romana per gli auguri natalizi del 2020 – va guardata con gli occhi della speranza del vangelo; solo così «troviamo di nuovo il coraggio e l’umiltà di dire ad alta voce che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito», in cui i nostri occhi vedono una fine, ma in quella fine si manifesta un nuovo inizio: infatti, «sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento».

Pensando alla piazza san Pietro vuota di quell’ormai indimenticabile vespro del 27 marzo 2020, Enzo Biemmi, un altro illuminato teologo-pastoralista dei nostri giorni, legge quel vuoto vissuto nelle nostre strade, nelle nostre case e nei nostri cuori, non semplicemente come una esperienza di quei giorni, ma ancor più come la cifra evocativa di nuove possibilità per il futuro:

 

Custodire i vuoti è l’unico modo perché il presente sia vissuto così com’è, e il nuovo possa farsi strada, lo Spirito soffiare dove vuole, la vita venirci incontro con i suoi doni inattesi. La fede, d’altronde, è partita davanti a un vuoto. Ciò che sconvolse quelle donne e da cui tutto ebbe inizio non fu un pieno, ma un vuoto: la tomba vuota.

(E. BIEMMI, Non è una parentesi? Metafora per non dimenticare… in Effatà).

 

Capite, la sfida che ci attende è davvero grande: si tratta di decidere se vogliamo semplicemente ritornare come prima o se accettiamo che Dio possa realmente fare nuove tutte le cose, se questo sarà stato solo un tempo transitorio da dimenticare, per ritornare alle modalità e agli stili di prima, oppure se ci metteremo in ascolto di «ciò che lo Spirito dice alle Chiese». La trasformazione è la sfida più importante di questo nostro tempo.

Alla domanda drammatica di Michel de Certeau, «Siamo gli ultimi cristiani? Una cosa è certa. Noi siamo inesorabilmente gli ultimi testimoni di un certo modo di essere cristiani, cattolici» (J.M.R. Tillard, Siamo gli ultimi cristiani?… Queriniana, Brescia 1999), mi piace rispondere con le parole di un altro grande teologo, W Kasper: «In una tale situazione di crisi e di mutamento occorre soprattutto una visione» (W. Kasper, Tornare al primo annuncio, relazione al Congresso del CCEE sulla catechesi in Europa). Non si tratta di un restauro di facciata o di un’ulteriore moltiplicazione di organizzazioni e strutture, ma di fare spazio a nuova immaginazione religiosa, ecclesiale e pastorale. Come afferma Lous Retif, «ci occorre uno spirito di invenzione, e anche di immaginazione, per forgiare un nuovo volto di Chiesa» (L. Retif, Ho visto nascere la Chiesa di domani).

Papa Francesco – dobbiamo riconoscerlo! – infinite volte ha cercato di scuotere l’immobilismo ecclesiale e cristiano. Nel 2014, ricevendo i partecipanti al Congresso internazionale della pastorale delle grandi città, aveva già affermato che occorre

…attuare un cambiamento nella nostra mentalità pastorale. Si deve cambiare! […] Veniamo da una pratica pastorale secolare, in cui la Chiesa era l’unico referente della cultura. È vero, è la nostra eredità. Come autentica Maestra, essa ha sentito la responsabilità di delineare e di imporre, non solo le forme culturali, ma anche i valori, e più profondamente di tracciare l’immaginario personale e collettivo, vale a dire le storie, i cardini a cui le persone si appoggiano per trovare i significati ultimi e le risposte alle loro domande vitali. Ma non siamo più in quell’epoca. È passata.

Non siamo nella cristianità, non più.

 

Abbiamo bisogno di altri paradigmi e di altre mappe, sostiene Francesco.

E io avrei ritrovato alcuni di questi paradigmi e di queste mappe nel brano degli Atti degli apostoli che qui riporto di seguito e che introduce la seconda parte di questa mia riflessione.

 

Secondo momento

 

Atti 8,26-40

26Un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». 27Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etìope, eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, 28stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaia. 29Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro». 30Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». 31Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. 32Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:

Come una pecora egli fu condotto al macello
e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa,
così egli non apre la sua bocca.
33Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato,
la sua discendenza chi potrà descriverla?
Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita.

34Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». 35Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. 36Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». [3738Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. 39Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. 40Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa.

 

È un brano costruito a specchio su quello dei discepoli di Emmaus, con lo stesso identico schema. C’è una strada nei due casi, c’è un incontro che avviene sulla strada, c’è una domanda, c’è il dialogo che parte dalle Scritture e che continua nella loro spiegazione, c’è un gesto sacramentale (lo spezzare del pane in Lc 24, il gesto dell’immersione nell’acqua in Atti), c’è una sparizione, («non lo videro più» – «e lo Spirito rapì Filippo»), e poi c’è il ritorno a casa.

Sono due quadri sinottici di Luca, con la sola differenza, che nel vangelo l’evangelizzatore è Gesù, mentre in Atti è la comunità cristiana di Filippo. Quindi, intenzionalmente, Luca termina il vangelo mostrando che il risorto è il soggetto dell’evangelizzazione, mentre negli Atti mostra come la comunità cristiana primitiva annuncia Gesù – l’annunciatore diventa l’annunciato – ma lo fa alla maniera stessa di Gesù. È quindi un testo estremamente istruttivo per l’evangelizzazione (che ci attende), tutto centrato sulla Parola.

 

Stare sulla strada

Luca ci ha raccontato nei capitoli precedenti le imprese di Filippo, simbolo di tutta la comunità ecclesiale, Improvvisamente l’angelo del Signore manda Filippo su una strada deserta, in direzione di Gaza, a mezzogiorno, quando non passa nessuno. Filippo non è a Gerusalemme, la città santa, nel tempio, ma su una strada profana verso una città profana. E in un’ora dove è assolutamente improbabile incontrare qualcuno.

Queste due note ci offrono una prima provocazione. Non è forse questo il passaggio che stiamo vivendo e che le nostre comunità cristiane sono chiamate ad assumere in questo momento di cambiamento culturale? Veniamo da un tempo di cristianità, nel quale la Chiesa godeva il consenso generale, religioso e civile, e la sua missione era caratterizzata dal successo, da parole efficaci e da prodigi.

Ci troviamo ora sbalzati su una strada deserta, in una cultura che sentiamo estranea, spesso nemica. Siamo da soli su una strada dove sembrano scomparsi i riferimenti religiosi, e ci sentiamo senza puntelli, senza appoggi istituzionali e sociali. La fede cristiana è lasciata a se stessa, a dare prova del suo valore nella nudità dei consensi sociali.

Siamo pronti ad abbandonare i luoghi rassicuranti della cristianità e a sopportare la fatica e la frustrazione di stare dentro una cultura che non fa più della fede cristiana il suo riferimento condiviso?

Ce la sentiamo di assumere l’invito dell'”angelo del Signore” ad affrontare la solitudine di stare su una strada deserta, abbandonando la chiesa con i linguaggi sacri del tempio e a trovarci poveri e spaesati sulle strade della vita quotidiana aspettando che qualcuno passi?

E’ bene sottolineare che è l’angelo del Signore (cioè lo Spirito Santo) a spingere Filippo lontano dalla Gerusalemme Sacra e a portarlo su una strada deserta. Il deserto, la strada deserta, indicano quei luoghi profani nei quali sembra insensato o rischioso avventurarsi. Indicano la storia e la cultura quando queste non si riconoscono più nei codici religiosi abituali.

L’invito del testo è di andarci volentieri, di stare volentieri dentro questa cultura apparentemente «deserta» e di non lasciarci prendere dalle nostalgie dei tempi passati, di starci con speranza e ottimismo, sapendo che questa cultura, né più né meno di quelle passate, è adatta al vangelo e che le donne e gli uomini di oggi (i nostri ragazzi e i nostri giovani) rimangono capax Dei, capaci di Dio, e mantengono nel cuore un’apertura, magari nascosta, all’infinito, una nostalgia di qualcosa che va oltre l’orizzonte stretto della terra e che non è reperibile negli innumerevoli supermercati del tempo moderno.

Ecco dunque la prima connotazione dell’evangelizzare: stare bene e volentieri in questo tempo, non sognare i tempi passati dei successi, accogliere con gioia l’invito del Risorto a stare in questo tempo con fiducia e speranza. L’invito è a congedarci da letture depresse del nostro tempo. Certo, non è un invito all’ingenuità, ma a stare volentieri al mondo, quel mondo nel quale siamo stati posti dalla vita.

 

Saper cogliere la domanda di senso

Su quella strada deserta, su cui lo Spirito l’aveva sospinto, Filippo, contro ogni umano calcolo e contro ogni sensata previsione, è sorpreso da una presenza. Luca fa seguire la descrizione di un personaggio strano: «un etiope, eunuco, funzionario della regina Candace…, venuto a Gerusalemme per il culto» che sta leggendo il profeta Isaia (cf. At 8,27s.). Sulla strada deserta, ad un’ora non certamente propizia, per la disponibilità dell’evangelizzatore Filippo, si realizza un incontro che suscita stupore: là c’è un uomo che viene da lontano, da quel «confine della terra» come era considerata l’Etiopia; un uomo caratterizzato dal suo alto ruolo sociale, ma soprattutto segnato dalla sua condizione marginale e disprezzata di eunuco.

Eunuco: un uomo menomato fisicamente. I funzionari della regina venivano talvolta scelti tra le persone evirate, o venivano evirati, in funzione di tale servizio. Le ragioni si intuiscono. È dunque un uomo che è stato privato con violenza di uno dei diritti fondamentali: l’esercizio della propria sessualità. In un contesto antico e mediorientale, ciò che è più umiliante è il fatto di non poter avere figli, di non avere discendenza. Inoltre, nel contesto ebraico, essere eunuco è una menomazione talmente grave da escludere dal culto e dalla comunità.

In contrasto con tale situazione di povertà umana c’è quella del suo benessere economico. È amministratore del tesoro della regina, una carica importante, che gli permette di vivere bene.

C’è una certa analogia tra l’eunuco e l’uomo d’oggi: ricco e sterile, sazio di beni, ma spesso incapace di trovare senso alla vita.

Ebbene, la sorpresa per Filippo è che quest’uomo così insolito è in ricerca religiosa!

Abbiamo qui una seconda indicazione preziosa. Se avremo il coraggio e la fedeltà di collocarci «sulla strada», con gli atteggiamenti a cui sopra accennavo, è possibile che si realizzino incontri sorprendenti, dai quali non è assente l’iniziativa dello Spirito. Potremmo forse constatare con sorpresa che quanti consideravamo “lontani”, secondo i nostri stereotipi religiosi, e quanti consideravamo “ai margini”, secondo i nostri modelli sociali e le nostre misure moraleggianti, sono talora profondamente attraversati dalla ricerca di senso e in fondo dalla domanda religiosa.

È proprio vero. I nostri ragazzi e i nostri giovani, così strani ed estranei a noi, apparentemente superficiali, hanno un grande bisogno di vita e quando trovano adulti che li ascoltano, che si fanno senza moralismi e pregiudizi loro compagni di viaggio, manifestano una ricerca di senso e una domanda di infinito che non è affatto meno alta di quelle dei giovani di un tempo passato. E gli adulti con i quali lavoriamo, nei nostri ambienti quotidiani, manifestano talvolta dei valori che ci sorprendono, pur non dicendosi cristiani. In tali valori umani è nascosta la loro ricerca di senso.

La seconda caratteristica dell’evangelizzare è dunque quella di lasciarsi sorprendere da tutti, dai ragazzi, dai giovani, dagli adulti, di guardarli tutti con simpatia, perché solo la simpatia sa vedere dietro le persone con i loro atteggiamenti anche più strani, le domande profonde che abitano il loro cuore.

Passione e compassione sono i due atteggiamenti indicati in questo brano.

 

Fare strada insieme

Se osserviamo il percorso di Filippo con l’eunuco etiope, lo vediamo contrassegnato dalla pedagogia dell’accompagnamento (cf. At 8,29-34), chiaramente modellata su quella utilizzata dal Risorto con i pellegrini di Emmaus (cf. Lc 24,15-24). C’è tutta una serie di verbi significativi: incontrare, correre vicino, sentire, salire sul carro e sedersi vicino. È qui indicata tutta una delicata e profonda progressione di entrata in relazione con la persona. C’è un dinamismo interiore che spinge, un andare, un correre vicino, un ascoltare attento, un fare strada insieme.

In questa prima parte (che è già annuncio), Filippo è passivo: non parla. Si limita ad avvicinarsi e ad ascoltare, cioè ad entrare in relazione vera. La prima parola di evangelizzazione è il silenzio accogliente dell’altro. Non è cominciare a spiegare delle cose. L’unica parola sua è una domanda stimolo (capisci quello che leggi?), che provoca nella persona una presa di coscienza e una domanda di aiuto: «e come potrei comprendere, se nessuno mi guida?».

L’accompagnamento richiede, come nel cammino dell’eunuco, la capacità di affiancarsi con rispetto a colui che sta cercando e va interrogandosi. L’atteggiamento di non controllo e di non potere sulla fede dell’altro richiede vigile pazienza, capacità di cogliere il momento di grazia che si manifesta nell’altro.

L’accompagnamento rispettoso, sulla strada della ricerca e della riscoperta della fede, non significa però attesa passiva. Vuol dire anche dare una mano perché la ricerca possa avanzare e trovare approdo. Filippo pone delle domande all’eunuco, perché il bisogno di ricerca e di illuminazione si approfondisca.

È in fondo una pedagogia del dialogo quella che il cammino di Filippo con l’eunuco ci suggerisce.

Una terza caratteristica dell’evangelizzare è proprio quella di servire il cammino interiore delle persone, lasciandosi programmare dai tempi e dai ritmi delle persone piuttosto che programmare noi il loro cammino. È una fase di grande ascolto, un ascolto attivo, però, che diventa capace di inviare provocazioni perché la persona possa fare il passo che da sola non farebbe, ma il passo suo, non il nostro, nel tempo suo e non nel nostro.

 

Annunciare Gesù come bella notizia

Il racconto di Luca ci dice poi, con un versetto molto denso (v. 35) che Filippo prende la parola e «gli evangelizzò Gesù». È difficile rendere la forza di questa espressione. Evangelizzare Gesù significa annunciare Gesù come significativo per la sua vita. Il fatto che Filippo scelga il testo di Isaia sul Servo sofferente, ci fa capire che egli è andato diritto al cuore dell’annuncio cristiano, il mistero di morte e di risurrezione del Signore. È la situazione che sta vivendo la persona che caratterizza come annunciare il vangelo e che cosa annunciare. Il primo annuncio non è contrassegnato dall’esigenza di una presentazione sistematica della fede, di cui tutti abbiamo bisogno in un momento successivo.

Ciò che può portare all’incontro con il Signore Gesù deve essere una parola che è vangelo sulla situazione reale che la persona sta vivendo in quel momento, sulla domanda fondamentale che si sta ponendo.

La buona novella di Gesù Cristo diventa davvero per l’eunuco fonte di una inattesa speranza. Nella situazione di povertà radicale dell’eunuco, Filippo gli annuncia Gesù come la buona notizia nella sua situazione concreta. Bisogna rischiare una parola di vangelo su quello che la gente sta vivendo, dimenticando ciò che abbiamo imparato, e balbettando quello che ci viene dal cuore, e, certo, dalla fede.

Ad una persona che incontro in ospedale e mi dice che sta morendo, alla persona che ha perso il figlio o che sta vivendo un dramma familiare non posso rispondere ripetendo il catechismo.

Non si accompagna veramente se non si arriva a testimoniare la propria fede nel Signore Gesù, presentandolo agli altri come la nostra gioia, come l’annuncio che ha toccato la nostra vita.

 

Non creare impedimenti

Dopo l’annuncio di Filippo, l’eunuco fa una domanda che è rivolta anche a noi: «Cosa impedisce che io sia battezzato?», che io entri a far parte della comunità dei salvati?

Il grido di protesta dell’eunuco raggiunge anche le nostre comunità cristiane. Il sottile pregiudizio, infatti, che quanti non rispondono ad un certo modello religioso, che coloro che sono stati moralmente fragili, costituiscano una presenza stonata nella comunità cristiana, può ancora albergare nella mente di molti cristiani. Ci possono essere resistenze e sospetti nei praticanti tradizionali verso chi è giunto, talora attraverso percorsi faticosi, ad intravedere nel vangelo di Gesù Cristo una speranza di salvezza per la propria vita e per la propria storia tortuosa. Sarebbe triste che, dopo aver invocato e programmato la ricerca dei cosiddetti “lontani”, le comunità cristiane si rendessero poco accoglienti o addirittura facessero sentire a disagio coloro che Dio ha inaspettatamente resi “vicini”.

L’evangelizzazione in un mondo complesso, non più reso omogeneo dal clima di cristianità, dove i percorsi che portano ad una prima apertura di fede possono essere i più diversi e dove coloro che cercano speranza nel vangelo possono provenire da condizioni e da storie personali le più disparate, richiede alle comunità cristiane di essere evangelicamente attente, aperte ed accoglienti. È contro il pericolo di rigidità e chiusura che si è elevata la protesta dell’eunuco, una volta che egli ha compreso che in Gesù Cristo c’è speranza di salvezza anche per gli emarginati ed i disperati!

Luca, mai banale, dice: «fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò». Si tratta, sul piano letterario, di un’enfatizzazione perché sarebbe bastato scrivere: fece fermare il carro e scesero nell’acqua e Filippo lo battezzò. Invece si dice: «e scesero tutti e due nell’acqua», «Filippo e l’eunuco»: una doppia enfasi. Bisogna essere ingenui a non capire che in questa insistenza c’è un significato. Questa insistenza vuol dire che quando accompagno qualcuno alla fede, non posso restare fuori. Vuol dire che non esco indenne da un accompagnamento. Vuol dire fondamentalmente che il primo annuncio deve essere un percorso che la Chiesa per prima fa mentre lo fa compiere agli altri. Chi si avvicina alla fede è una grande opportunità per la Chiesa, perché rifaccia l’esperienza del mistero pasquale.

«… ed egli lo battezzò»: c’è però una differenza, c’è una asimmetria nel gesto. È la comunità cristiana, che ha ricevuto il dono della fede, che è in grado di comunicarlo, ma non può comunicarlo a chi non ce l’ha come fosse una cosa che lei possiede. I non credenti sono la nostra chance per poter ritornare a credere. I ricomincianti alla fede sono la nostra fortuna. Nella misura in cui li accogliamo e accettiamo di rifare con loro il nostro percorso di fede, che è la condizione fondamentale per potergliela comunicare, noi ritorneremo ad essere credenti. L’analogia educativa è molto significativa. I veri accompagnamenti educativi non ti lasciano intatto, ti coinvolgono, ti rimettono in gioco totalmente. Ne esci non solo educatore dell’altra persona ma anche rieducato tu stesso.

Abbiamo dunque qui un altro passaggio importante: abbandonare qualsiasi pregiudizio moralistico e religioso e credere che tutte e tutti, comunque sia la loro vita, sono degni del Vangelo e anzi i più poveri sono i più adatti ad accoglierlo. Noi continuiamo a pensare che ci sia un solo modo di accogliere il vangelo, quello di chi è in regola con la Chiesa e con le sue norme su tutti i punti, quelli che vengono a messa tutte le domeniche, che hanno famiglie unite, ecc. Ora sempre di più ci saranno persone che faranno parte della comunità dei salvati anche se in modo graduale, che saranno raggiunti dalla grazia del Signore anche se, per storie di vita o per scelte, non potranno mai essere del tutto “a posto”, secondo i nostri canoni, che cioè continueranno a essere da credenti degli “eunuchi”, dei menomati.

Li terremo lontani dalla comunità perché non sono perfetti? Se così fosse, presto le nostre comunità saranno deserte e anche noi ce ne dovremo andare.

 

Saper scomparire

Infine è bello sottolineare che il testo termina con l’indicazione che lo Spirito rapisce Filippo e lo porta lontano, mentre l’eunuco prosegue con gioia la sua strada.

Quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza per ogni evangelizzatore. Segnala il carattere di mediazione di ogni accompagnamento e la necessità di lasciare pieno spazio all’azione dello Spirito e al cammino personale dei soggetti. L’accompagnamento mira a restituire le persone all’azione dello Spirito, il quale è l’unico missionario competente, e di restituirle alla loro autonomia. Non si accompagna per plagiare e per controllare, ma per rendere indipendenti. Questo significa anche che nei riguardi delle persone che noi accompagniamo il compito di annuncio è a termine. È bene che, accompagnata una persona, noi scompariamo, perché possa fiorire la sua libertà sotto l’azione dello Spirito, in direzioni che noi non possiamo immaginare. Questo significa anche che l’accompagnamento rinuncia a verificare i risultati. Noi seminiamo, qualcun altro irrigherà, ma solo Dio fa crescere.

 

Conclusione

La crisi è una condizione permanente nella vita del cristianesimo.

Nel lontano 1947, l’arcivescovo di Parigi, cardinale Suhard, lanciò con una sua lettera pastorale una domanda che fece grande effetto: Essor ou dèclin de le Eglise?

La guerra era finita da due anni, c’era un clima di tensione politica e sociale molto grave, la scristianizzazione era evidente in una grande metropoli come Parigi, il mondo coloniale si avviava verso un nuovo assetto politico… ed ecco la domanda del cardinale: ci sarebbe stato uno sviluppo della Chiesa o un suo declino? Il pericolo era che per reagire al declino, ci si potesse rifugiare nel tradizionalismo religioso e nel conservatorismo sociale. E diceva:

 

«Il compito della Chiesa non è di conservare il mondo così com’è, neanche nel caso in cui sia divenuto cristiano, bensì di conservarlo cristiano in modo che non cessi mai dal diventare altro…».

 

Il concetto di decadenza della Chiesa è legato a un’idea illusoria di età dell’oro, mai esistita, e al rifiuto di camminare nella storia. La Chiesa, secondo la visione del cardinal Suhard, non era in declino, ma viveva nuove e temibili sfide. Emilio Gandolfo, uno studioso del grande papa Gregorio, scriveva:

 

I cristiani premono alle porte di Roma che sta per cedere; ma dove Roma ha il presentimento della sua fine, Gregorio vede una porta nuova e promettente per il Vangelo. Egli non identifica il Vangelo con la civiltà che sta per tramontare; per lui come per san Paolo, il Vangelo è potenza di Dio per salvare chiunque crede, sia romano sia barbaro

 

E barbaro vuol dire periferico rispetto all’impero, fino ad allora considerato il centro del mondo.

Papa Francesco, che conosce bene Gregorio Magno, non ha negato la crisi, ma l’ha assunta come condizione permanente da vivere privilegiando l’apertura alla missione verso il futuro e le periferie del mondo. Non c’è un passato da restaurare per evitare il declino: «… questo tipo di fondamentalismo restaurazionista – ha detto – è come l’oppio, perché allontana dal Dio vivo».

Ecco, dunque, la strategia di Francesco: portare la Chiesa fuori dal declino, accettando la crisi e non chiudendosi nel pessimismo o nella nostalgia. Una Chiesa vicina ai poveri e nelle periferie non può essere paralizzata dalla paura della crisi o dal timore di non avere risorse. Sa che questa è la condizione della sua esistenza. Il problema è che la speranza sia più forte di ogni avversità e debolezza e che superi gli orizzonti limitati entro cui si è abituati a vivere.

 

Affido l’ultima parola di questa mia riflessione al grande teologo H. de Lubac.

Anche se graffiante in qualche passaggio, ritengo sia uno sprone fortissimo a lavorare con fiducia nel campo dell’evangelizzazione. Così scrive:

 

…mentre gli ambienti devoti, gli ambienti “edificanti”, spesso danno prova di una sí mediocre qualità di cultura e di vita spirituale, ci sono nella Chiesa degli uomini che vedono, che riflettono. Ci sono poi dei cristiani che si rifiutano di proteggere la loro fede dietro un baluardo di illusioni. «Si – essi dicono – sono cose troppo vere. Preso nel suo insieme, il nostro cristianesimo è diventato insipido, nonostante tanti sforzi meravigliosi per restituirgli vita e freschezza, esso è snervato, sclerotizzato. Cade nel formalismo e nell’abitudine. Così come noi lo pratichiamo, come anzitutto lo pensiamo, è una religione debole, inefficace: religione di cerimonie e di devozioni, di ornamenti e di consolazioni volgari, talvolta perfino senza sincerità, senza presa reale sull’attività umana. Religione che sta fuori della vita, e che mette noi stessi fuori di essa. Ecco ciò che è diventato nelle nostre mani il Vangelo: ecco come è finita questa immensa speranza che si era levata sul mondo. Vi si può ancora riconoscere il soffio di quello Spirito divino che doveva rinnovare tutte le cose, dare un nuovo volto a tutta la terra? […] Cristianesimo clericale, cristianesimo formalista, cristianesimo spento e indurito?… La grande corrente della Vita, che mai si arresta, pare l’abbia deposto, da qualche tempo, sulla riva».

(In Il dramma dell’umanesimo ateo)

 

La crisi che stiamo vivendo ci aiuti a passare da un Dio della paura al Dio dell’amore, da una Chiesa chiusa a una Chiesa dell’annuncio, da un cristianesimo di devozioni ed esteriorità a una spiritualità della vita quotidiana.

 

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