Riflessione di don Silvio sul brano evangelico di domenica 29 marzo

Anche questa domenica vi offriamo la meditazione sul Vangelo del giorno scritta da don Gianni e un video con la riflessione di don Silvio, per nutrirci soprattutto in questo momento della Parola che salva e conforta.

La parola che chiama alla vita

Cuore del messaggio di questa V domenica di Quaresima è il passaggio dalla morte alla vita.
Nel Vangelo di Giovanni, Betania (11,1-45) richiama il Tabor: i discepoli vengono attrezzati per varcare la soglia dell’«ora» terribile di Gesù. Sono invitati a uno sguardo sul mistero della vita oltre la morte.

Considerata la molteplicità dei temi e la loro potente forza evocativa ed emotiva, fissiamo l’attenzione solo su due parole dell’intera narrazione.
La prima è «gloria». Si tratta di una parola che nella storia cristiana ha subíto una deriva di ambiguità e di fraintendimento. «Questa malattia non è per la morte – dice Gesù ai discepoli –, ma per la gloria di Dio» (11,4). E più tardi a Marta: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?» (11,40).
Che cos’è questa «gloria di Dio»? Nulla che rimandi ad un palcoscenico o ad un trono!
Dove Marta vedrà la gloria? La contemplerà quando vedrà suo fratello uscire dalla tomba.
Gloria di Dio, dunque, è far uscire dal sepolcro Lazzaro, l’umanità intera.
Sant’Ireneo di Lione dirà: «L’uomo vivente è la gloria di Dio!» (in Trattato contro le eresie).
Già nei vangeli delle scorse domeniche, Gesù rivendicava per sé, quale segno che veniva da Dio, il fatto che compiva le stesse opere del Padre. Il Dio della Scrittura è il Dio che fa uscire: «Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire con mano potente» (Dt 6,23).
la gloria di Dio sta nel farci uscire ancora oggi dalla schiavitù di nuovi faraoni, dai nostri sepolcri, dal nostro peccato.

E la seconda parola è «credere».
«Chi crede in me, anche se muore vivrà» (11,25); «Credi tu questo?» (11,26);  «Sì, Signore, io credo» (11,27).
Gesù chiede fede, affidamento, chiede di entrare nel suo atteggiamento di fronte alla morte, atteggiamento che fa anche della morte una vita. Cristo, infatti, non è venuto per rendere eterna questa forma di esistenza, ma per introdurci nella Vita che non ha fine.
Se la fede, però, è il luogo della risurrezione, l’amore ne è la forza (E. Bianchi).
Dicendoci che «da quel giorno, decisero di uccidere Gesù» (11,45), Giovanni ci ricorda quale prezzo ha per Gesù questa nostra libertà, quello di un amore «fino alla morte, e a una morte di croce» (Fil 2,8).
Per dare vita all’amico, all’uomo, al discepolo che ama, Gesù muore, dà la sua vita. Per questo, interagendo con Marta, dichiara che la posta in gioco non è “semplicemente” credere in una verità di fede («So che mio fratello risusciterà»), ma di riconoscere che Lui è «la risurrezione e la vita» (11,25).il
Che vuol dire anche: non rimandare tutto al futuro («So che risorgerà nell’ultimo giorno»), perché il Risorto abita già il tuo presente. E qui e ora entra nella lotta contro il male come un condottiero in battaglia per combattere per noi, e per farci uscire da quei sepolcri in cui noi stessi ci siamo ritirati.

«Scioglietelo e lasciatelo andare» (11,44).
Che bello: Gesù stesso chiede ad altri di liberare Lazzaro dalle bende che lo bloccano. Abbiamo bisogno tutti gli uni degli altri. Siamo noi da sciogliere dentro, sciogliere da tutto ciò che ci trattiene, sciogliere dalle nostre delusioni, dalle nostre stanchezze, dalle nostre indifferenze.

Il vento nuovo della risurrezione riaccenda oggi il nostro cuore, rianimi oggi le nostre forze, risvegli oggi la nostra voglia di vivere e di libertà.

Don Gianni




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