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Mercoledì 03 giugno, ore 2020
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Campagna di sensibilizzazione sulla questione delle trivellazioni nell’Adriatico

In occasione dei prossimi referendum del 17 aprile, l’Azione Cattolica diocesana mette a disposizione dei consigli parrocchiali materiale utile per promuovere all’interno delle singole comunità parrocchiali una riflessione attenta e responsabile. L’auspicio è che nei giorni che ci separano dal referendum si apra un dibattito pubblico serio e approfondito, che consenta a noi cittadini di scegliere consapevolmente come partecipare.

Al di là dei tecnicismi del quesito referendario che ci verrà proposto riteniamo che anche un referendum può essere l’occasione per chiederci verso quale futuro energetico ci stiamo incamminando.

Sentiamo di aderire alle ragioni del Sì al voto referendario; perchè andare a votare è un esercizio importante di democrazia e perchè va difeso il futuro dello stesso referendum come strumento di democrazia.Perchè in gioco ci sono il rapporto tra energia e territorio, il ruolo dei combustibili fossili, la necessità di convertire la politica energetica del nostro Paese puntando decisamente sul miglioramento del rendimento e dell’efficienza delle energie rinnovabili.Perchè da cattolici abbiamo responsabilità verso l’ambiente e le generazioni presenti e future e perchè riteniamo che la sfida ambientale non possa scindersi da quella educativa: occorre puntare a nuovi stili di vita, rinnovando un’alleanza tra l’umanità e l’ambiente, stimolando a quella che Papa Francesco chiama la “conversione ecologica” (Laudato si’ n. 216 – 221) e riflettendo su quanto ci dice ai numeri 165 e 166 della Laudato si':

165. Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas –, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio. In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per l’alternativa meno dannosa o ricorrere a soluzioni transitorie. Tuttavia, nella comunità internazionale non si raggiungono accordi adeguati circa la responsabilità di coloro che devono sopportare i costi maggiori della transizione energetica. Negli ultimi decenni le questioni ambientali hanno dato origine a un ampio dibattito pubblico, che ha fatto crescere nella società civile spazi di notevole impegno e di generosa dedizione. La politica e l’industria rispondono con lentezza, lontane dall’essere all’altezza delle sfide mondiali. In questo senso si può dire che, mentre l’umanità del periodo post-industriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità.
 
166. Il movimento ecologico mondiale ha già fatto un lungo percorso, arricchito dallo sforzo di molte organizzazioni della società civile. Non sarebbe possibile qui menzionarle tutte, né ripercorrere la storia dei loro contributi. Ma grazie a tanto impegno, le questioni ambientali sono state sempre più presenti nell’agenda pubblica e sono diventate un invito permanente a pensare a lungo termine. Ciononostante, i Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci.

 

  • A propostito di Referendum – incontri formativi sul tema refendario

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    Domenica 17 aprile si svolgeranno le consultazioni elettorali per il referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare.
    Per prepararci a questo importante appuntamento, l’Azione Cattolica ha previsto una serie di incontri rivolti ai propri aderenti ma anche a tutti i cittadini sensibili a questa tematica.
    MERCOLEDI 6 APRILE alle ore 19 presso la Parrocchia Immacolata di Molfetta
    GIOVEDI 7 APRILE alle ore 19 presso la Parrocchia Santa Famiglia di Molfetta
    Entrambi gli appuntamenti saranno tenuti dal direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale Sociale e del Lavoro Onofrio Losito.

  • Incontro cittadino sul tema referendario del 17 aprile

    Le associazioni cittadine di Terlizzi organizzano mercoledì 6 aprile 2016 presso il centro sociale “Sacro Cuore” una serata di formazione – confronto dal titolo:

    Perche’ si deve votare al referendum? le ragioni del si e del no. Quale energia per il futuro?

    Introdurrà il tema il coordinatore cittadino di Ac Alessio Antonelli ed interverrà il Giusrista ambientale Mario Tagliaferro

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  • Trivelle in mare, la voce dei vescovi

    Tratto dal sito nazionale dell’Azione Cattolica

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    di Antonio Martino – Non c’è dubbio che la salvaguardia dell’ambiente stia a cuore ai vescovi italiani. Anche in occasione del recente Consiglio episcopale permanente i presuli hanno discusso «sulla questione ambientale e, in particolare, sulla tematica delle trivelle, ossia se consentire o meno agli impianti già esistenti entro la fascia costiera di continuare la coltivazione di petrolio e metano fino all’esaurimento del giacimento, anche oltre la scadenza delle concessioni». Chiosando nel comunicato finale sulla «importanza che essa (la tematica delle trivelle, ndr) sia dibattuta nelle comunità per favorirne una soluzione appropriata alla luce dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco».

    Dunque, «non c’è un sì o un no da parte dei vescovi al referendum», ha poi spiegato in conferenza stampa mons. Nunzio Galantino, sottolineando però che «il tema è interessante e che occorre porvi molta attenzione». «Gli slogan non funzionano», ha spiegato il segretario della Cei. «Bisogna piuttosto coinvolgere la gente a interessarsi alla questione». «Il punto, quindi», ha aggiunto, «non è dichiararsi pro o contro alle trivelle, ma l’invito a creare spazi di incontro, di confronto».

    «Il problema va affrontato alla luce non solo di quello che dice il Papa ma anche di quello che è stato lungamente discusso dalla Chiesa. Quindi parlarne, non fermarsi al sì o al no, perché manca un sufficiente coinvolgimento delle persone». «E non si tratta», ha concluso, «del solo problema delle trivelle, domani ci sarà quello del nucleare, poi altri ancora. Manca piuttosto l’approccio culturale, il ragionare sulle cose».

    Tra i vescovi c’è però chi la sua scelta di campo l’ha già fatta, specie se si scende verso Sud. Tra questi il presidente della Commissione episcopale della Cei per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia, la pace e la custodia del Creato, l’arcivescovo di Taranto monsignor Filippo Santoro che ha annunciato di votare sì (e cioè contro) alla proroga delle concessioni per le trivelle entro le 12 miglia. In una nota della diocesi, il presule scrive. «Le piattaforme petrolifere al largo delle coste dell’Adriatico e dello Ionio sono un’ulteriore aggressione a una realtà già fragile e vanno a intaccare la vocazione legata al mare, al turismo, alla pesca, all’agricoltura e all’artigianato di un territorio già ferito». Aggiungendo: «La tecnologia non può non tenere conto delle conseguenze di un suo abuso che non contempli le possibili ripercussioni». Secondo mons. Santoro, «gli equilibri dell’ecosistema dei mari, Ionio e Adriatico, sono estremamente fragili, e sono prospicienti territori che con fatica tentano di porre riparo ai danni che sono derivati da una discutibile e unilaterale gestione delle risorse». Fino all’annuncio: «Tutto questo offre all’arcivescovo di Taranto, che si esprime in termini personali, ragionevole fondamento al Sì al referendum del 17 Aprile. Le ferite della nostra terra sono già molte e non devono aumentare».

    Sulla stessa posizione troviamo il vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, monsignor Vito Angiuli che ai microfoni della Radio Vaticana ha dichiarato il suo appoggio ai no-Triv: «Il Sud non può diventare una pattumiera con tutti questi problemi. Non si può aggiungere problema a problema. Non si vede il motivo per cui con i problemi che già abbiamo, si debba intervenire anche nel mare, tanto più che non ci sarà nessun guadagno dal punto di vista economico». «Pare sia acclarato – ha sottolineato – che da noi ci sia poco petrolio, oltretutto di scarso valore. Non si vede quindi il motivo di impegnare questo nostro territorio, che si fonda sul turismo e non si capisce perché si debba deturparlo senza poi avere dei vantaggi, perché non ce ne sarà nessuno di carattere economico. La scelta non sembra quindi razionale».

    Scorrendo le pagine dell’agenzia Sir, mons. Angiulie e mons. Santoro non sono i soli a pensarla così. Dal titolare della diocesi di Catanzaro-Squillace, monsignor Vincenzo Bertolone (che ha espresso «timori e ansie» che la costa «possa divenire un orizzonte di piattaforme»), all’arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie, monsignor Giovan Battista Pichierri («Bisogna cercare altre fonti energetiche» ha detto spronando a «non avventurarsi in progetti dall’esito incerto al costo della rottura di labili equilibri dell’ecosistema»), i vescovi interpellati si sono espressi tutti contro le trivellazioni in mare. Tra essi anche il successore di mons. Galantino alla guida della diocesi di Cassano allo Jonio, monsignor Francesco Savino: «Speriamo che vengano bloccati i progetti di trivellazioni petrolifere sulle coste dello Jonio e dell’Adriatico», ha auspicato. A fargli ecco, l’arcivescovo di Pescara-Penne, monsignor Tommaso Valentinetti, che in una recente intervista a Radio In-Blu ha chiesto di «superare la logica della sola dipendenza dagli idrocarburi».

  • Di che cosa si tratta e qual è la posta in gioco

    Tratto dal sito Nazionale dell’Azione Cattolica

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    di Chiara Tintori - Il referendum del 17 aprile è alle porte. Siamo chiamati a scegliere se abrogare la norma che permette di svolgere le attività di coltivazione degli idrocarburi, relative a concessioni già rilasciate in zone di mare, per la vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e salvaguardia ambientale (art. 6, c. 17 del Codice dell’ambiente, D.lgs. n. 152/2006 e successive modificazioni). Con parole meno tecniche ci viene chiesto se, quando scadranno le attuali concessioni, vogliamo che venga fermato lo sfruttamento dei giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se contengono ancora gas naturale o petrolio. Il quesito riguarda solo le trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa (poco più di 22 km), non quelle in mare a una distanza superiore o quelle sulla terraferma. Il referendum coinvolge 21 giacimenti di petrolio e metano (equamente distribuiti tra Mare Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia); di questi, tre di ENI e di Edison potrebbero anche essere maggiormente sfruttati: Guendalina e Gospo nell’Adriatico e Vega davanti a Ragusa.
    Di che cosa si tratta e qual è la reale posta in gioco? La risposta non è agevole in un contesto mediatico che pare aver messo in secondo piano questo appuntamento democratico, un disinteresse che pesa sulla democraticità dell’intero processo, anche perché l’esito di questo referendum – come per tutti i referendum abrogativi – sarà valido solo se vota la maggioranza più uno degli aventi diritto. Per agevolare la partecipazione sarebbe stato auspicabile l’accorpamento di questa tornata referendaria con le prossime elezioni amministrative, e desta qualche perplessità la motivazione ufficiale fornita dal Governo, visto che nel question time del 3 febbraio scorso alla Camera il Ministro dell’Interno ha dichiarato che si tratta di «difficoltà tecniche non superabili in via amministrativa».
    Vorremmo porre qui all’attenzione il conflitto di competenze tra Stato e Regioni emerso nell’iter che ha portato alla consultazione del 17 aprile; la necessità di un dibattito pubblico che dia ai cittadini le informazioni necessarie per partecipare; infine, entrando nel merito, il quesito sul futuro energetico del nostro Paese.

    Un conflitto di competenze
    Ci troviamo dinnanzi a un esempio di conflitto di competenze tra autonomie locali e Governo centrale. Il quesito referendario sottoposto ai cittadini è solo uno dei sei che erano stati proposti da dieci Consigli regionali contro il decreto-legge “Sblocca Italia” (DL n. 133/2014, convertito nella L. n. 164/2014) che, per raggiungere un maggiore sfruttamento dei giacimenti nazionali al fine di ridurre l’import di metano e petrolio, trasferiva una parte del potere decisionale dalle Regioni allo Stato. Da qui la richiesta da parte di Abruzzo (che si è poi ritirato dai promotori), Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto di sottoporre la normativa a referendum; ma contemporaneamente il Governo Renzi, per evitare i referendum, è intervenuto con tre emendamenti alla Legge di stabilità 2016 (L. n. 208/2015), stabilendo il divieto di perforare entro le 12 miglia dalla costa e fermando le trivellazioni in corso non autorizzate definitivamente. L’intervento del Governo ha quindi provocato la decadenza di tutti i quesiti referendari, eccetto quello relativo alla durata delle trivellazioni già autorizzate.
    Al di là delle intricate vicende legislative, il conflitto di competenze tra Stato e Regioni in materia energetica, già da tempo di non semplice soluzione, non è altro che un’ulteriore conferma della confusione creata dalla riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 (cfr Riggio G., «Il cantiere della riforma costituzionale», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2016] 282-293, di prossima uscita). Infatti, l’art. 117 Cost. stabilisce che lo Stato ha competenza esclusiva in materia «di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», mentre «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia» rientrano tra le materie di legislazione concorrente tra lo Stato e le Regioni; a queste spetta la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata allo Stato. Se consideriamo, inoltre, che le fonti di energia possono essere annoverate tra gli interessi strategici nazionali, la diatriba tra il Governo nazionale e le autonomie locali è destinata a proseguire nei prossimi tempi, al di là dell’esito referendario.

    Referendum e partecipazione
    Il referendum è uno strumento di democrazia diretta di cui in passato si è anche abusato, specie in quei casi in cui l’esito delle consultazioni referendarie è stato mortificato nei suoi effetti. Questo aumenta il rischio di disaffezione, a maggior ragione in una fase storica del nostro Paese in cui come cittadini tendiamo a una crescente estraneità verso le istituzioni democratiche, conseguente alla convinzione che la nostra opinione sia sostanzialmente irrilevante e che il nostro voto – anche referendario – serva a poco.
    Nonostante la tecnicità del quesito abbia poco appeal mediatico, l’auspicio è che nelle settimane che ci separano dal referendum si apra un dibattito pubblico serio e approfondito, che consenta a noi cittadini di scegliere consapevolmente come partecipare. Non sarà facile, perché a differenza della maggior parte dei precedenti referendum abrogativi i promotori non sono i cittadini, ma alcuni Consigli regionali che, in quanto pubbliche amministrazioni, non possono utilizzare mezzi e logo istituzionali per la campagna referendaria. Sarà quindi ancora più importante evitare banalizzazioni da una parte e dall’altra, perché votare “sì” non vuol dire cancellare l’energia fossile dal nostro Paese, così come votare “no” (o non andare a votare) non equivale a difendere le aziende petrolifere da eventuali chiusure né a evitare la perdita di posti di lavoro.
    L’invito è di prepararsi al referendum con consapevolezza e responsabilità, perché è uno strumento di esercizio della nostra cittadinanza; per questo abbiamo bisogno di poter godere in modo completo e trasparente del diritto all’informazione, anche su queste tematiche, lontano da pressioni lobbistiche e derive ideologiche.

    Verso quale futuro energetico
    Il referendum ha una portata simbolica per la disputa sulle competenze tra il Ministero dello Sviluppo economico e le Regioni e per l’esiguo numero di giacimenti coinvolti, tuttavia consente di compiere alcune riflessioni più ampie e lasciare aperte domande di lungo periodo.
    Dalla Strategia energetica nazionale, documento politico-programmatico del 2013, sappiamo che le risorse potenziali totali di idrocarburi in tutti i giacimenti italiani (in terra, acque litoranee e mare aperto) ammontano a 700 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio), delle quali solo 126 Mtep sono riserve «certe», mentre i restanti sono «probabili e possibili» (testo in www.sviluppoeconomico.gov.it, cfr pp. 111-112). Poiché l’attuale quota di produzione annua è pari a 12 Mtep, ciò equivale a un periodo di copertura certa di poco più di 10 anni. Considerando che questa previsione si riferisce a tutti i giacimenti nazionali, ma che solo 21 sono quelli oggetto del referendum, le cui concessioni potranno essere rinnovate per 5 o 10 anni, siamo dinnanzi a un’incidenza molto ristretta dell’esito referendario.
    La nostra dipendenza dall’estero per i prodotti energetici è pesante, tuttavia oggi il prezzo degli idrocarburi è estremamente basso e favorevole per un Paese importatore; ma proprio l’attuale livello dei prezzi sta mettendo in difficoltà i produttori, che stanno riducendo fortemente gli investimenti destinati all’esplorazione e alla ricerca di nuovi giacimenti.
    Inoltre, laddove i margini di guadagno si riducono, è facile “tagliare” sulla sicurezza. Il referendum non a caso è stato richiesto dalle Regioni direttamente coinvolte nelle esplorazioni per la ricerca di petrolio e gas naturale, che ritengono i possibili danni ambientali superiori alle entrate derivanti dall’estrazione degli idrocarburi. Una vittoria del “sì” allontanerebbe il rischio di incidenti rilevanti nei mari italiani, specie nell’Adriatico, un mare “chiuso” il cui ecosistema potrebbe subire effetti devastanti in termini di inquinamento delle acque superficiali e profonde, del suolo e sottosuolo.
    Infine e soprattutto, prolungare a oltranza lo sfruttamento di alcuni giacimenti di idrocarburi offshore appare miope rispetto a una questione più ampia: siamo certi che sia ancora l’energia fossile la strada da percorrere per la sostenibilità energetica? L’accordo sul clima raggiunto alla COP 21 di Parigi prevede l’assunzione della transizione energetica, cioè la riconversione verso fonti di energia a basso contenuto di carbonio e il miglioramento dell’efficienza, come la via maestra per contrastare i cambiamenti climatici (cfr Tintori C., «Cambiamenti climatici: la partita inizia ora», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2016] 13-16, e García J. I., «COP 21: il clima tra questioni economiche e contributi ecclesiali», ivi, 3 [2016] 198-207).
    Ci troviamo dinnanzi a una schizofrenia della nostra politica, che non riesce a sintonizzare le strategie nazionali con gli impegni assunti in ambito internazionale?
    Anche un referendum può essere l’occasione per chiederci verso quale futuro energetico ci stiamo incamminando.

  • Un riflessione sul voto Referendario del prossimo 17 Aprile 2016

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    E cominciata (fortunatamente) la campagna al voto referendario del prossimo 17 aprile. Il referendum voluto da 9 Regioni (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto) preoccupate per le conseguenze ambientali e per i contraccolpi sul turismo di un maggiore sfruttamento degli idrocarburi, non propone un alt immediato né generalizzato. Chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine (circa 22,2 km)dalle coste italiane senza limiti di tempo.
    La domanda che si troverà stampata sulle schede è “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?” Dunque chi vuole – in prospettiva –  eliminare le trivelle dai mari italiani deve votare sì, chi vuole che le trivelle restino senza una scadenza deve votare no. Lo stop, non sarebbe immediato, ma arriverebbe solo alla scadenza dei contratti già attivi. Il referendum avrebbe conseguenze già entro il 2018 per 21 concessioni in totale sulle 31 attive: 7 sono in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata e in Emilia-Romagna, una in Veneto e nelle Marche. Il quesito referendario riguarda anche 9 permessi di ricerca, 4 nell’alto Adriatico, 2 nell’Adriatico centrale, uno nel mare di Sicilia e uno al largo di Pantelleria.
    Secondo i calcoli elaborati su dati del ministero dello Sviluppo economico, le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas. Se le riserve marine di petrolio venissero usate per coprire l’intero fabbisogno nazionale, durerebbero meno di due mesi. l’85% del petrolio italiano viene dai pozzi a terra, non in discussione, e un terzo di quello estratto in mare viene da una piattaforma oltre le 12 miglia, non in discussione).
    A preoccupare non sono solo gli incidenti, ma anche le operazioni di routine che provocano un inquinamento di fondo: in mare aperto il catrame depositato sui nostri fondali raggiunge una densità di 38 milligrammi per metro quadrato: tre volte superiore a quella del Mar dei Sargassi, che raggiunge 10 microgrammi per metro quadrato.
    Dopo il rilascio della concessione gli idrocarburi diventano proprietà di chi li estrae. Per le attività in mare la società petrolifera è tenuta a versare alle casse dello Stato il 7% del valore del petrolio e il 10% di quello del gas (800 milioni di tasse, 400 di royalties e concessioni). Dunque: il 90-93% degli idrocarburi estratti può essere portato via e venduto altrove. I posti di lavoro immediatamente a rischio (calo del turismo, diminuzione dell’appeal della bellezza del paese) sono molti di più di quelli che nel corso dei prossimi decenni si perderebbero man mano che scadono le licenze (Le attività legate all’estrazione danno lavoro diretto a più di 10.000 persone).
    Le trivelle potrebbero mettere a rischio la vera ricchezza del Paese: il turismo, che contribuisce ogni anno a circa il 10% del Pil nazionale, dà lavoro a quasi 3 milioni di persone, per un fatturato di 160 miliardi di euro; la pesca, che produce il 2,5% del Pil e dà lavoro a quasi 350.000 persone; il patrimonio culturale, che vale il 5,4% del Pil e dà lavoro a 1 milione e 400.000 persone.
    Andare a votare è pertanto un esercizio importante di democrazia. In gioco ci sono il rapporto tra energia e territorio, il ruolo dei combustibili fossili, il futuro dello stesso referendum come strumento di democrazia. Alla conferenza sul clima di Parigi 194 Paesi si sono impegnati a mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile un taglio radicale e rapido dell’uso dei combustibili fossili, innovare e fare ricerca sul miglioramento del rendimento e dell’efficienza delle energie rinnovabili. La responsabilità verso l’ambiente e le generazioni presenti e future richiede coraggio e lungimiranza da parte di tutti, oltre che la disponibilità a fare talvolta anche dei passi indietro per raggiungere la misura della sobrietà, valore inseparabile dalla solidarietà. Occorre puntare a nuovi stili di vita, rinnovando un’alleanza tra l’umanità e l’ambiente, stimolando a quella che Papa Francesco chiama la “conversione ecologica” (Laudato sì n. 216 – 221) di ciascuno, unica condizione di gioia e di pace durature per tutti.
    Per tale ragione sentiamo di aderire alle ragioni del SI al voto referendario:, riteniamo che la sfida ambientale non può scindersi da quella educativa, che si compie attraverso un esercizio delle proprie responsabilità per agire di conseguenza in maniera solidale ed ecologicamente sostenibile, a cominciare proprio dalle nostre famiglie.

    Onofrio Losito
    Direttore diocesano  per i problemi sociali e il lavoro




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