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Giornata di formazione per le coppie di AC
29 gennaio 2006
Per crescere insieme nell’amore:
il valore della fedeltà
Relazione dei coniugi Pierappini
Mai come oggi essere sposi è un compito veramente arduo. Ogni coppia sa quanta fatica deve accettare per risolvere e superare le innumerevoli problematiche della realtà coniugale/familiare, in un contesto storico sociale che è indifferente, se non in aperta opposizione alla costruzione di una sana relazione coniugale.
Quanti pensano che la famiglia sia destinata a fallire! Quanti sostengono che occorre sostituire l’istituzione matrimoniale con le unioni di fatto o i matrimoni di prova o a tempo!
La sfida è quella di essere consapevoli che divenire sposi è qualcosa di ben diverso dal semplice sposarsi.
Si deve accettare il mistero dell’amore e mettersi nell’atteggiamento di lasciarsi illuminare dalla luce del mistero cercando di carpire colori, sfumature, tonalità, richiami, suoni…
Non deve fare presa quella cultura attuale che blatera sull’amore approssimativo, superficiale, impregnato di opinioni di comodo, pregiudizi, disegnato fra ormoni e passioni, seni e peni, sesso facile, erotismo di bassa lega.
Essere sposi non è semplicemente stare insieme, vivere nella medesima casa; è accettare il ’noi’ nuovo, il ‘noi’ nuziale, che scaturisce dall’incontro sacramentale di lei e lui, che costruiscono giorno per giorno come impegno sovrano e decisivo; è un ‘noi’ che diventa chiamata e modello di riferimento per ogni scelta dei due coniugi.
Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne (Gen 2,24)
Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola (Mt 19,5)
Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. (Ef 5,31)
O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo.(1Cor 6,16)
Diventare una sola carne, la comunione piena tra coniugi non è un dato conseguito nel passato, ma sarà il traguardo di un lungo cammino ‘fino a che morte non ci separerà’, è il fine verso cui tendono i nostri sforzi.
Diventare una sola carne implica, oltre la donazione sessuale, la comunione dei cuori, dei sentimenti, delle diversità, delle libertà.
L’unità di una sola carne è sapere che uno più uno non fa semplicemente due, ma tre. In quanto battezzati, si appartiene a Gesù, ma Gesù non è metà dell’uno e metà dell’altro! Tutte e due si appartiene a Gesù, lui vuole rivivere nella relazione coniugale il suo rapporto d’amore infinito con la Chiesa. L’amore dei coniugi fa riscoprire la loro origine divina: le coppie sono così belle, che assomigliamo a Dio e Dio è così meraviglioso che ha creato la coppia! Certo, per pensare così la coppia ci vuole fede “
soltanto nella fede possiamo scoprire e ammirare, in gioiosa gratitudine, a quale dignità Dio ha elevato il nostro matrimonio e la nostra famiglia, costituendoci come segno e luogo dell’alleanza d’amore tra Dio e gli uomini, tra Gesù e la Chiesa, sua sposa” (FC51).
I coniugi sono immagine di Cristo per la Chiesa! Ma che colore ha il loro amore?
Se chiediamo agli sposi che profumo ha il loro amore, cosa potranno rispondere?
Forse Christian Dior, o Nazareno Gabrielli, ma non di Dio?
Ma chi deve parlare dell’amore?
Gli alberi e la natura? I tele show? Il prete nell’omelie?
I coniugi che sono amore come coppia, devono parlare dell’amore!
Come?
Vivendolo nella ferialità, nella concretezza dell’essere e della carne.
Le coppie sono così belle che possono affermare che l’amore è così grande, così bello, così divino anche quando si danno una carezza, un bacio, perché anche questi gesti contengono Dio. Vivere l’amore coniugale vuol dire vivere Dio.
E’ la coppia uomo-donna che ha il primato dell’amore,
“senza l’amore, la coppia, la famiglia non può vivere, crescere, e perfezionarsi come comunità di persone”.(FC 18)
Le coppie devono custodire il loro amore! Solo così cresceranno nell’amore! Solo così saranno chiamate a crescere continuamente nella comunione attraverso la fedeltà quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale.
Il primo canto d’amore esce spontaneo dal cuore:
Allora l’uomo disse:
“Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta (Gn 2,23).
E’ la storia di ogni coppia. Due persone intere, ben distinte, l’essere donna, l’essere uomo, insieme hanno deciso di esistere in relazione, di esistere nella reciprocità. Solo così sperimentano che è una cosa molto buona. E allora, gli sposi cristiani, non possono fare a meno di Cristo, l’immagine del Dio invisibile.
Abbiamo vissuto da poco il Natale, l’alleanza definitiva tra Dio e l’uomo. Lo Sposo dice definitivamente sì alla sua sposa, alla Chiesa, a noi.
Ma come è possibile da soli dire di donarsi completamente al coniuge senza indugi, riserve? Se ne fossimo sicuri saremmo folli, illusi; ci contraddiremmo infinitamente in ogni gesto, in ogni azione. Possiamo farcela solo se ci sentiamo incorporati a Cristo, se ci sentiamo agganciati a Lui. Allora solo così saremo abilitati a ritrovarci nel suo amore e così come Lui si dona, anche noi possiamo donarci.
Può sembrare follia, ma essere con Gesù è essere nella follia!
Ma, attenzione, se dicessimo “Sto con te per il sacramento che ci lega” e poi cercassimo solo la soddisfazione personale il proprio tornaconto, non lo guardassimo in faccia, non lo onorassimo, non stipulassimo effettiva alleanza con lui, allora saremmo parolai, avremmo capito.. un bel nulla! Gesù non ama con belle intenzioni, belle parole, dichiarazioni.
E’ sempre Paolo che suggerisce il come dell’amore coniugale
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, (Ef 5,25).
Proprio il come modesto, semplice, limitato, capace di sperare nel legame con la voglia di ricominciare sempre di nuovo in cui la sposa ama lo sposo, e viceversa, è la realizzazione dell’amore sponsale tra Cristo e la sua Chiesa.
Le coppie sono la trasparenza del mistero grande. Le coppie sono parole e parabole di Dio. Tanto più si amano, tanto più rendono presente Dio. Ma se non coltivano l’amore nascondono il volto di Dio.
Sono sposi in Cristo. Qualcuno ha detto che sono la Pasqua distesa nel tempo, 24 ore su 24, sono la spiegazione di ciò che è accaduto sulla croce. Quando riescono ad essere capaci di unità, di comunione, allora ogni bacio, ogni intimità, ogni boccone amaro che sanno buttare giù, è la Pasqua di Gesù: per amare bisogna dare e bisogna perdere. Quando amo veramente, comunico la tenerezza di Dio; quando sono amato/a da lee/lui, sento l’attenzione di Dio curvato su di me. Le coppie non possono crescere nell’amore se cercano di prevaricarlo, di farlo ad uso e consumo proprio. Solo accettandolo nella sua alterità, avvertono fra di loro la presenza di Cristo.
Qual è il sogno di ogni coppia? Quello di essere felici.
Ma qual è il modo per essere felici? Sembra facile, ma occorre passare dal domandarsi “Che cosa mi dà l’altro perché io sia felice?” alla domanda “Che cosa sto facendo io perché l’altro sia felice?”. L’amore non è ricerca di sé, ma desiderio e attivazione del bene dell’altro. Ecco perché è possibile dire che la coppia/famiglia è comunione perché ogni persona è persona in quanto in relazione con l’altro. Bisogna riconoscere all’altro il diritto di possedere un proprio spazio esistenziale, il diritto di essere diverso per accettarlo così com’è, qui, ora. E’ la regola della relazione, è la regola della reciprocità, è il principio per cui tutte e due rinunziano a qualcosa perché tutte e due guadagnano qualcosa.
Devono imparare a non fare dell’altro una propria proiezione né a pretendere che si offra come una copia di se stessi; devono rispettare l’alterità come diritto e come valore.
E’ la caratteristica dell’incontrarsi: preferire il bene dell’altro, la sua felicità, la sua gioia di vivere divengono la prima sollecitazione e il primo desiderio. Gesù ha pensato la coppia come moglie e marito; anche dopo tanti anni di matrimonio possono usare le parole del Vangelo, quando Gesù trasforma l’acqua in vino alle nozze di Cana e dire:
Signore, io troppe volte non me ne sono accorto/a, ma Tu hai conservato fino ad ora il vino buono, il vino migliore in lei/lui.
Come coppia crescono nell’amore, sono comunione d’amore quando sono consapevoli di essere con, essere per, cioè sano di appartenersi e di donarsi in totalità, in altre parole quando esiste la certezza di amare, ma anche di essere amati, desiderati, attesi.
La gioia di amare e di essere amati nasce dall’essere riconosciuti per ciò che si è, vale a dire unici. Considerare qualcuno unico al mondo significa riconoscerlo come insostituibile, è quindi accettare di impegnarsi con lui in una relazione unica, insostituibile, senza equivalenti.
Da soli non ce la facciamo, è Gesù il vino buono del matrimonio, della famiglia; la croce, senza Cristo, schiaccia; vicini a Cristo è Lui che presta le sue spalle per portarla.
La coppia ce la può fare solo se vuole essere in Lui, solo se si stupisce di Lui, si abbandona in Lui.
Don Carlo Rocchetta chiama beata la coppia che si sente partecipe dell’amore di Cristo-sposo per la Chiesa-sposa, perché si lascia plasmare da Lui rinnovandosi in una dimensione di amorevolezza dove regna la pazienza, il dialogo sereno e costruttivo, la lealtà, la positività. Beata la coppia che mette al primo posto la tenerezza di Dio, vivrà nella bellezza e nell’armonia perché la tenerezza di Dio è forte come la morte; le sue vampe sono vampe di fuoco.
Nell’epilogo del Cantico si canta l’amore, fedele oltre la morte, esclusivo, prioritario
Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio. (Ct 8,6-7)
Non si tratta dello scambio degli anelli, ma del sigillo che lascia l’impronta. Gli sposi si sono detti e si continuano a dire “il tuo sigillo, la tua identità sia sempre evidente nel braccio come segno visibile di appartenenza a te; sia sempre nel mio cuore”. Si esprime la donazione totale che ‘sigilla’ per sempre l’amore in una reciproca esclusiva appartenenza. Nell’amore matrimoniale non c’è chi comanda, tutte e due sono schiavi l’uno dell’altro: san Paolo dice all’inizio del brano che tratteggia la spiritualità coniugale
Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. (Ef 5,21)
E’ l’obbedienza reciproca, anzi è l’obbedienza alle decisioni di coppia!
L’amore coniugale è una fiamma del Signore, e sono sempre in tre, lui, lei e il Signore.
Ed è per questo che resiste alle grandi acque, alle grandi prove e difficoltà della storia perché essere sposi è un compito difficile.
Coppia non si nasce, si diventa. Quanti matrimoni iniziano con mille sogni e una gran voglia di amarsi e poi diventano luoghi di insofferenza, di rifiuto, di odio. Occorre riscoprire la tenerezza della relazione, per far sì che l’amore sia sempre nuovo.
Questo esige un lungo cammino di paziente ricerca, di ascolto, di lavoro comune per far sì che si sappia ritrovare sempre un’alleanza di nuovo.
E’ un compito! Compito è oggi una parola banale, anzi peggio, solo piena di doveri: ‘fare i compiti’ equivale a noia, fissazione delle mamme e degli insegnanti, fissazioni di nozioni. Ma se a scuola si insegnasse che il compito è la possibilità, la responsabilità di rendere ‘nostra’ quell’idea, quell’ideale, quale stupore, quale bellezza di senso!
Ma se il rapporto d’amore fosse senza compiti sarebbe come un fiume grande, che si allarga senza argini, e allora si impaluda diviene un non-fiume, perché diviene immobile. Il compito per la sola ragione di esserci contiene un futuro, dice che c’è un oltre da raggiungere. Allora oltre al ‘compito’ di un bravo professionista, ci può essere un compito per un/a bravo/a amante.
Nominare gli amanti fa venire in mente la festa di san Valentino. L’idea generale di regalare qualcosa a lui/lei è un’idea consumistica, ma perché quest’anno non invitare le coppie a provare a regalarsi la contemplazione della bellezza dell’altro e assaporare di perdersi in essa?
Se il marito continuasse a dire ‘come sei bella!’ sarebbe forse bugiardo e sicuramente monotono perché l’essere donna rende sempre diversa, anche la bellezza non avviene per sempre perché cambia con le stagioni dell’età. Ci si può scoprire belli anche dopo 30, 50 anni di matrimonio ed è una bellezza che non vuol dire nostalgia: ‘come eravamo belli’.
Le coppie devono imparare a perdere tempo (perdere?) a guardarsi, allora non c’è più solo la passione, l’attrattiva carnale, ma la capacità di contemplare la bellezza di lui/lei. Non è facile, l’amore va difeso, custodito.
Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)
Le volpi non sanno contemplare e per questo mordono strappano le vigne.
La vigna dell’amore va difesa
Il mio diletto è per me e io per lui. Egli pascola il gregge fra i figli. (Ct 2,16)
E’ la formula di alleanza dell’amore: ‘Lui è mio ed io sono sua’; è la formula che richiama la relazione di alleanza tra JHWH ed il popolo. La bellezza dell’amore coniugale non è rimasta imbrigliata al tempo del fidanzamento, ma nel fatto che i coniugi sono immagine dell’alleanza di Dio!
Le coppie sono così belle che assomigliano a Dio e Dio è così meraviglioso che ha creato la coppia! Scrutando il mistero che Dio ha acceso nei cuori possiamo veramente sentire un’immensa gratitudine.
L’altro, è dono che devo accogliere ogni giorno con attenzione, cura, premura: Come è possibile separarsi dalla persona che è diventata carne della propria carne? Crolla la paura di un impegno per la vita. Le coppie devono parlare ai figli, ai fidanzati del bell’Amore, devono smettere di avvertirli contro il divorzio. Il movimento che fa frullare, rendere attiva la realtà coniugale e familiare è l’amore reciproco dono totale.
Il primo compito che l’amore porta con sé è la fedeltà.
E’ stato detto che il matrimonio è una musica ad alta fedeltà: non basta ‘stare insieme’ per essere sposi, occorre coltivare la relazione per creare comunione. Solo la fedeltà crea comunione: Essa non è soltanto fedeltà ad un impegno, ma fedeltà ad una persona e disponibilità ad accoglierne la continua novità.
Il matrimonio è il luogo dove, amandosi, s’impara a ricominciare da capo. Si è fedeli perché si ama, non perché si è costretti ad esserlo. Per vivere la fedeltà è indispensabile l’amore come dono di sé e accettazione dell’altro. Quando il dono di sé è a risparmio e l’accettazione dell’altro è a certe condizioni, allora restano degli angoli vuoti, facile bersaglio per le tentazioni e le fughe.
Ricordiamoci cosa disse la volpe al piccolo principe quando gli chiese cosa volesse dire ‘addomesticare’:
Addomesticare è una cosa da molti dimenticata. Vuol dire creare dei legami. Se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo. La mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore dei passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica, per favore, addomesticami.
E’ una lezione d’amore per le coppie. E ancora la volpe dice al piccolo principe:
Tu diventerai responsabile per sempre di quello che hai addomesticato.
Nessun coniuge può dire all’altro ‘io non c’entro, io non sono responsabile!’ Nel rapporto di coppia, come nella famiglia, nessuno è escluso, nessuno è spettatore.
Essere coppia, nella bellezza della mascolinità e della femminilità, vuol dire prendersi cura l’uno dell’altro nelle piccole cose di tutti i giorni che ritmano i tempi e la qualità della convivenza, dal fare la spesa all’arredare la casa, dall’acquisto della macchina al fare le pulizie. Nel rapporto matrimoniale ci deve essere quel requisito di scambio intrecciato tra il ‘prendere cura’ e ‘l’essere presi in cura’, cioè tra il prendere cura degli interessi propri nell’altro e degli interessi dell’altro dentro di sé.
C’è chi ha detto che per aver un matrimonio felice è necessario accogliere reciprocamente le nostre differenze, avere la disposizione a dare ed avere fiducia, ad affrontare i problemi con tolleranza, a darsi tempo, a costruire quel senso di reciprocità che non è accomodamento, ma saper sperimentare soluzioni nuove per trovare stili di vita nuovi dove ne emerge la necessità.
Vediamo, ora, sempre più chiaramente come si può e deve sviluppare la fedeltà.
Fedeltà alla differenza dell’altro: è rispettare l’alterità dell’altro, sollecitarlo a diventare sempre più se stesso. Questo implica prestare attenzione alle sue capacità, potenzialità e porsi in una posizione di competizione. La relazione non è una gara a chi è più bravo!
Fedeltà al divenire dell’altro: è accendere la sua creatività. Come? Sapendola ascoltare! Il primo dovere dell’amore è saper ascoltare. Quante volte invece sappiamo leggere nella mente dell’altro!
Fedeltà alla lontananza dell’altro: Levinas diceva che siamo chiamati ad amare l’altro senza comprenderlo, prima di comprenderlo, senza alcuna necessità di comprenderlo. Cioè l’impegno di farsi prossimo all’altro, prendersi cura di lui. Quante volte invece non cerchiamo di metterci nei panni di lei/lui, anzi spesso ci scappa detto ‘Io ho sempre ragione e so.. tu hai torto e non sai…’. Non è altro che la paura di perdere qualcosa : ‘ fino a che sto sulle mie, lei/lui non potrà distruggere quello che io penso di me.
Si sa che, durante un litigio, chi ricorre alle mani, è quello che è rimasto a corto di argomenti; allora nella coppia chi sta sempre a giustificarsi, chi aggredisce con le parole e non lascia spazio all’altro per parlare, chi non vuol far vedere le proprie debolezze, questi è l’indifeso che ha paura di comunicare all’altro quello che è, che ha paura di incontrare l’altro. Quante volte si torna a casa e si prova a dire ‘che giornataccia..’ Ma l’altro subito ‘sapessi io ..’ Non si vuole essere secondi neanche nella giornataccia!
Ma le conseguenze non tardano a farsi vedere. Dapprima si prova un senso di malessere, poi una chiusura sempre più forte nella comunicazione che rischia di provocare il rancore verso l’altro, riconosciuto colpevole della propria incapacità a superare la situazione difficile di coppia. Talvolta basterebbe incominciare a pensare che essere costretti a sopportare i difetti dell’altro, significa che anche l’altro è costretto a sopportare i miei difetti.
I lati del carattere che fatichiamo ad accettare in lei/lui sono poi gli stessi che abbiamo noi, ma che fatichiamo a riconoscerci. Provate a fare mentalmente l’elenco di quanto rimproverate all’altro e controllate in varie situazioni quante volte manifestate lo stesso atteggiamento, insopportabile se è l’altro ad assumerlo.
Un altro aiuto potrebbe essere quello di mettersi al posto dell’altro per vedere con i suoi occhi ciò che sente e vede, invece di sapere già tutto dell’altro (facilmente si scatena un litigio se l’altro ha un atteggiamento diverso da come ci attendiamo). Incominceremo a sorridere di noi stessi e ci alleneremo alla tolleranza reciproca, che rimuove molte situazioni problematiche.
L’augurio che dobbiamo fare alle coppie è quello di ritrovarsi nuovi ogni giorno, senza essere appesantiti da ciò che è successo il giorno o la sera prima o un anno prima; è quello di poter guardare lei/lui scoprendo che c’è ancora qualcosa da capire in lei/lui e di far capire di me.
L’ascesi della fedeltà esige che come coppia si disegni ogni giorno il triangolo della nostra relazione: dalla mancanza o scarsa presenza di uno o due dei tre elementi,
la passione (la sessualità, il corpo),
l’intimità (la condivisione, la tenerezza, il cuore),
l’impegno (consapevolezza e progettualità nel portare avanti la relazione),
scaturisce una diversa qualità della relazione d’amore.
Forse fa bene domandarsi: ‘Ti amo perché sono amato?’ o ‘Ti amo perché ho bisogno di te?’ Oppure siamo convinti che ‘siamo amati perché amiamo?’
L’arte di amare non è da dilettanti. Occorre rinnovare l’impegno alla fedeltà.
L’ascesa alla fedeltà è un cammino quotidiano, non consiste nel ‘non fare qualcosa’, ma ‘nell’essere sposi che si amano fino alla fine’. E’ bello appartenersi nell’amore per sempre. Mentre ama uno vuole essere fedele, lo vuole con tutto se stesso: non vuole essere che come il tu gli chiede di essere; è fedele perché ama e ama perché è fedele.
Saggia è una fedeltà che va al di là delle cose belle che sa fare lei/lui, va al di là del fatto che tutto sommato conviene stare con lei/lui: sono fedele perché ho deciso di essere fedele. E questa decisione fa assaporare una briciola della fedeltà di Dio! Il linguaggio della fedeltà coniugale è esigente, solo tenendo lo sguardo su Gesù (Eb 12,2) posso rispettare il mio matrimonio
Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. I fornicatori e gli adulteri saranno giudicati da Dio. (Eb 13,4)
Occorre custodire e meditare nel cuore alcune parole chiave del linguaggio della fedeltà sponsale.
L’amore sponsale è conoscenza. Conoscenza dei valori che abbiamo messo in gioco nella relazione. Guardare le mete raggiunte e quelle che sono ancora lontane, le strategie da inventare perché il nostro amore si mantenga vivo, duri e si rinnovi. Una volta si diceva che ‘bastava volersi bene’ perché si potesse affrontare una vita in due. E’ indubbio che questa è una grande verità. Ma è altrettanto vero che tante coppie hanno iniziato con questa certezza poi hanno avuto ‘incidenti’ di percorso e non è bastato il volersi bene e la buona volontà. Volersi bene è indispensabile ma non sufficiente alla buona riuscita di un matrimonio. Bisogna avere una buona dose di consapevolezza, cioè conoscere sempre quello che ci sta succedendo e perché. Quante coppie in crisi, invece, non sanno dirsi come e perché sono entrate in quella situazione! Quanti mariti e mogli pensano di aver scelto proprio lei/lui perché le piaceva fisicamente, perché si sta bene insieme perché la pensa come lui/lei. Ma di uomini e donne con queste caratteristiche potevano trovarne anche altri. Perché hanno scelto proprio quella persona? Più ci diciamo e ridiciamo i motivi, sicuramente inconsci, più è probabile che la nostra scelta sia felice e duratura. La psicologa Elsa Belotti dice che la conoscenza ci dà ‘il permesso di star bene’. Tutti vogliamo essere felici, ma ci lamentiamo sempre di qualcosa. Una delle cose più difficili per una persona è concedersi il permesso di star bene. E questo perché non conosciamo l’amore per se stessi: o abbiamo poca stima di noi stessi e se pensiamo di valere poco pretendiamo poco anche dalla vita e, quindi, ci accontenteremo di poco e le nostre scelte non saranno felici o lo saranno solo parzialmente. Pensate a quanti si sentono insoddisfatti nel lavoro, a quanti si sposano ma sanno già che sarà un’unione poco riuscita. Quante volte ci troviamo a dire, va tutto bene, ma, vedrai, mi succederà qualcosa!’. Se le cose vanno bene, ci sentiamo a disagio, quasi in colpa. Il permesso di star bene ce lo possiamo dare solamente se siamo convinti di avere un valore. Gesù ci dà una mano, Lui quanto valore ha riconosciuto alla nostra persona, alla nostra coppia!
L’amore sponsale è bontà. E’ l’attitudine amorosa che mantiene il rapporto. E’ quella docilità reciproca che cerca il bene dell’altro. E’ fare spazio all’altro, senza invadere la sua libertà. E’ dono tenerezza, mitezza, desiderio di imparare a non farsi del male, a non offendersi, a non mancare di fiducia nell’altro/a, a non trascurarsi e non ricorrere alla menzogna.
L’amore sponsale è giustizia e diritto. La giustizia deve regolare anche i nostri rapporti di coniugi. Moralmente significa superamento delle ingiustizie, distribuzione equa dei beni; in senso biblico è rimanere fedeli al progetto di Dio, alla sua alleanza. Essere giusti vuol dire curare la nostra relazione, avere rispetto del valore della persona dell’altro, riconoscere l’altro attraverso la parola detta ed ascoltata.
Certo che si possono attuare anche percorsi negativi della fedeltà, talvolta platealmente, talvolta in maniera subdola, strisciante.
C’è un’importante differenza
tra fedeltà sperata e fedeltà voluta;
tra fedeltà risultato e fedeltà decisa;
tra fedeltà condizionata e fedeltà incondizionata;
tra fedeltà per il presente e fedeltà per l’avvenire;
tra fedeltà di associazione e fedeltà di alleanza;
c’è differenza tra prestarsi e donarsi.
Nella fedeltà di tipo ‘associativo’ ciascuno resta padrone del suo gioco. Se un giorno scopro che la bilancia degli svantaggi/vantaggi è a mio sfavore, me ne andrò. Questa è la logica dominante, è la logica del contratto, dell’equivalenza, cioè dell’interesse ben compreso. Fare alleanza non è fare un contratto o mettersi in società, l’alleanza è il dono reciproco di due libertà, è impegnarsi insieme al di là di ciò che si può prevedere e pianificare.
Invece infedeltà è prostituirsi, cioè sottrarsi alla comunione, è il non vivere il dono della reciprocità, è distruggere la propria storia e la propria dignità di sposi.
Infedeltà è dimenticare, cioè è fare a meno dell’altro, è avere la presunzione di bastare a se stessi (dimenticando che Dio ci vuole in un rapporto di reciprocità nella complementarietà, condivisione, solidarietà), E’ non rispettare l’altro/a nella sua alterità, non riconoscerlo come aiuto simile, rinunciare ad essere una carne sola, trascurare il mistero grande che vive nella comunione reciproca.
Possiamo veramente sintetizzare che la fedeltà è racchiusa nei verbi
amare, aderire, seguire, rispettare, servire.
Verbi che garantiscono la fedeltà nel tempo.
Certo hanno bisogno di altri tre verbi:
Convertirsi
Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli. Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima perché ero più felice di ora”. (Os 2,9)
ritornare a lui/lei, riprendere il cammino con lui/lei, riconoscerlo/a come ‘aiuto simile’.
Cercare
Me ne ritornerò alla mia dimora finché non avranno espiato e cercheranno il mio volto, e ricorreranno a me nella loro angoscia. (Os 5,15)
riprendere contatto con lui/lei trascurato, ‘perduto’, riconoscerlo/a nella sua alterità, ricchezza originale per me. E’ ritornare a stupirci nel dire ‘sono contento/a che tu sia’.
Perdonare
Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò di vero cuore, poiché la mia ira si è allontanata da loro. (Os 14,5)
non dimenticare, ma amare più intensamente di prima.
Rocchetta ci ricorda che solo se impariamo a mettere il sentimento della tenerezza, cioè il rifiuto della durezza di cuore e del ripiegamento su di sé, al centro della nostra relazione, possiamo essere capaci di perdonarci e, solo se sappiamo perdonarci, realizziamo in pienezza il nostro amore ricostruendo giorno per giorno quanto si è interrotto a causa dei nostri errori, fallimenti, povertà. Perdonare vuol dire offrire, dare un dono completo, totale, disinteressato e pienamente attuato perché vuol dire avere la capacità di mettere ciò che si è vissuto su un piano diverso che non è più rabbia, paura, tristezza, delusione, ma è quel bene-essere biblico (shalom) che significa star bene con se stessi, con lui/lei, con gli altri, con Dio.
La fedeltà è, dunque, un progetto d’amore, un valore vincente perché noi sposi impariamo ad essere fedeli non tanto ad un impegno ma a lui/lei. Sono fedele quando cammino al suo passo, quando sono dentro alle sue difficoltà, ai suoi problemi, quando sto in ascolto per scoprire i suoi doni, le qualità, quando so accoglierli, apprezzarli, gustarli, farli crescere.
La fedeltà è un valore dinamico perché sono disponibile ad accogliere la continua novità di lui/lei, a lasciarmi stupire dalla sua imprevedibilità. Come Adamo che ha provato stupore di fronte alla ‘novità’ di Eva e l’ha accolta con gioia! Il nostro matrimonio è il luogo dove impariamo a ricominciare da capo.
La fedeltà è il valore della speranza perché noi coppie siamo luoghi di lotta, contrasto, noia, abitudine ma anche di annuncio che l’amore può sempre ricominciare e crescere.
La fedeltà è il valore dell’iniziativa, cioè la tensione ad amare per primi, ad essere a disposizione dell’altro, senza pretendere contropartita.
Dio per primo ama, colma le distanze, previene l’altro, gli va incontro: dobbiamo imparare ad amare l’altro/a senza fermarsi per i suoi limiti, le chiusure, le infedeltà, anzi per questo lo si deve amare di più.
La fedeltà è un valore affettivo-sessuale. La sessualità esprime l’incontro di due persone: ogni persona ha bisogno di avere significato, di avere valore per l’altro, di amare e di essere amato. Adamo, solo, non era contento. La sessualità è un messaggio di gratitudine per la presenza dell’altro/a; è un messaggio di speranza perché la mia storia con la sua avrà un futuro; è un messaggio di riconciliazione perché vuole leggere le ragioni delle difficoltà, delle crisi dando vita ad un rinnovato progetto di vita a due.
Concludendo la fedeltà è un valore possibile in Dio: abbiamo il coraggio di impegnarci in un amore fedele perché il nostro amore è nelle mani di Dio, è Gesù che ci trasmette la sua fedeltà e lo Spirito anima il nostro amore. Sentire Gesù con noi, in noi, è il modo per tener vivo, anzi far crescere, quell’amore che è una sua parola incarnata , una sua immagine.
Torniamo ad un’immagine iniziale: il matrimonio è una musica ad alta fedeltà , dobbiamo volere, impegnarsi perché la nostra relazione sia una musica ad alta fedeltà; e dobbiamo, anche, augurarcelo perché la fedeltà è il modo ottimale per vivere l’amore coniugale.
Ritroviamo questo auspicio in una preghiera di Quoist:
Quel giorno il Saggio mi disse:
la vera fedeltà della coppia non è ciò che tu pensi, mio caro.
Non è una costrizione, imposta dalla legge, dalla società, dalla Chiesa.
Non è il rispetto di un contratto.
E’ avventura, strada da percorrere, perché strada scelta.
Si vive e si sviluppa come si vive e si sviluppa l’amore degli amanti.
E’ questo amore in cammino.
E’ il suo pane quotidiano e il vino della sua gioia.
L’amore non è già fatto. Si fa.
La fedeltà non è già fatta.
Come l’amore, essa si fa, perché dell’amore è l’indissolubile compagna.
Essere fedeli non è non smarrirsi, non combattere, non cadere.
E’ rialzarsi sempre e sempre camminare.
E’ volere perseguire sino alla fine il progetto preparato insieme e liberamente deciso.
E’ dare fiducia all’altro, al di là delle ombre e della notte.
E’ sostenersi a vicenda al di là delle cadute e delle ferite.
E’ avere fede nell’Amore onnipotente, al di là dell’amore.
Essere sposi non è semplicemente stare insieme, vivere nella medesima casa; è accettare il ’noi’ nuovo, il ‘noi’ nuziale, che scaturisce dall’incontro sacramentale mio e suo che costruiamo giorno per giorno. Riconosciamo il nostro essere coppia cristiana in questa affermazione?
La Bibbia ci dice ripetutamente che essere sposi vuol dire “diventare una sola carne” cioè donazione sessuale, comunione dei cuori, dei sentimenti, delle diversità, delle libertà. Abbiamo questa consapevolezza?
Nella coppia cristiana uno più uno non fa semplicemente due, ma tre; Lui, Lei e Gesù. Il “terzo incomodo” entra nella nostra coppia? Entra come elemento essenziale della coppia cristiana o come un accompagnamento metà per lui e metà per lei?
La nostra coppia vive l’amore nel quotidiano, nella concretezza dell’essere in due, nell’amore coniugale vissuto come eros che alimenta nella coppia l’amore per Dio? E’ il nostro modo per parlare dell’amore, per testimoniarlo agli altri ed in primo luogo ai figli.
Nell’amore matrimoniale non c’è chi comanda. San Paolo, parlando dell’amore coniugale, dice nella lettera agli Efesini “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. Dopo duemila anni questo messaggio è ancora attuale?
Siamo riusciti a fare il passaggio da “Che cosa mi dà l’altro perché io sia felice?” a “Che cosa sto facendo io perché l’altro sia felice?”
Coppia non si nasce, si diventa. Quanti matrimoni iniziano con mille sogni e una gran voglia di amarsi e poi diventano luoghi di insofferenza, di rifiuto, di odio. Occorre riscoprire la tenerezza della relazione, per far sì che il nostro amore sia sempre nuovo. Questo esige un lungo cammino di paziente ricerca, di ascolto, di lavoro comune.
Il matrimonio è una musica ad alta fedeltà. Non basta ‘stare insieme’ per essere sposi, occorre coltivare la relazione per creare comunione, per essere fedeli ad una persona e disponibili ad accoglierne la continua novità.
La fedeltà è prestare attenzione alle capacità e potenzialità dell’altro senza fare una gara a chi è più bravo!
La fedeltà è saper ascoltare l’altro, senza illudersi di saper leggere nella mente dell’altro!
La fedeltà è farsi prossimo all’altro, prendersi cura di lui.
L’arte di amare non è da dilettanti. Occorre rinnovare l’impegno alla fedeltà con un cammino quotidiano, impegnandosi ad essere sposi che si amano fino alla fine.
Una volta si diceva che ‘bastava volersi bene’ perché si potesse affrontare una vita in due. E’ indubbio che questa è una grande verità. Ma volersi bene è indispensabile ma non sufficiente alla buona riuscita di un matrimonio.
E’ l’attitudine amorosa che mantiene il rapporto. E’ quella docilità reciproca che cerca il bene dell’altro, è fare spazio all’altro.
E’ la giustizia deve regolare i rapporti di coniugi, cioè avere rispetto del valore della persona dell’altro, riconoscere l’altro attraverso la parola detta ed ascoltata.