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Contro gli spacciatori di illusioni,

teniamo alta la guardia

 

 

Al termine di ogni battaglia i vincitori festeggiano mentre gli sconfitti cercano di fare tesoro degli errori commessi. In questo caso i vincitori godono del risultato raggiunto ma non danno fiato alle trombe perché la quiete dopo la tempesta serva a ricostruire, o meglio, a rinforzare ciò che poteva essere incrinato. Ebbene questa prova referendaria, al di la del suo esito, è stata un monito a non abbassare la guardia sugli attentati alla vita che alcuni spacciatori di illusioni di tanto in tanto provano a perpetrare.

La vita è vita, non è progetto di vita, non è possibilità … e questo i cittadini italiani lo hanno compreso fin troppo bene, più di quanto voglia far credere qualche autorevole segretario di partito secondo cui il “mezzogiorno astensionista è conseguenza della diffidenza e dell’estraneità dei cittadini a tematiche nuove e difficili perché innestati in una società maggiormente disgregata con strutture politiche più deboli”.

Se questo può essere il contesto sociale in cui viviamo, non è altrettanto vero che non siamo in grado di capire. Abbiamo saputo distinguere i clamori mediatici dai dibattiti etici e scientifici prima che clericali. A nessuno è stato chiesto di credere e basta. Abbiamo saputo valutare tesi supportate da numeri, fatti, documenti, trattati, anche perché ogni tesi è stata esposta utilizzando le parole giuste, senza ricorrere ad artifizi linguistici dove la vita diventa “progetto di vita” o l’embrione “pre-embrione”. Abbiamo saputo scorgere, dietro questi eufemismi, le occulte volontà di qualcuno di lasciare sopite le coscienze perché non abbiano a destarsi, cosicché un latente desiderio di onnipotenza potesse riportarci a bramare “quel frutto proibito nel mezzo del giardino”.

Un plauso ai grandi protagonisti di questa campagna, i comitati, cui va il grande merito di aver sensibilizzato la gente incontrandola nei loro ambienti, promuovendo incontri e conferenze di alto livello per divulgare conoscenze scientifiche ed una autentica concezione dell'uomo e della nostra società civile.

Noi italiani abbiamo capito!

Ed i nostri politici, supportati da uomini di scienza e di cultura pseudo-progressisti, hanno capito?

Questi nostri politici “calcolatori” che traducono tutto con i numeri ed i colori della politica intesa non come servizio all’uomo, alla società, alla vita, ma nella peggiore delle sue sfumature quale quella fatta di spasmodiche raccolte di consensi.

Questi politici “pasticcioni” che prima votano una legge, poi scendono in piazza o si fanno inserire in un palinsesto televisivo per boicottarla, per disprezzarla, per stravolgerla. Si è avuta l’impressione di una classe dirigente che se fa una cosa buona e culturalmente grande, la fa senza crederci e senza capirla. Addirittura vergognandosene.

Questi politici “disattenti” che chiamano ”ingerenza” quel messaggio evangelico che da 2000 anni la Chiesa si è fatta carico di annunciare. Da sempre, non da quando sono stati indetti i referendum. A quei politici meno attenti ricordiamo che il caro Wojtyla ha spesso sottolineato che la difesa della vita, della dignità dell’uomo e della famiglia è la nuova frontiera dell’evangelizzazione.

Questi nostri politici che vedono l’Italia “molto più laica di quel che può sembrare in questi giorni”. Ben venga, dunque, un laicato intriso di cristianesimo visto che questo binomio ha ben funzionato. L’unità fra cattolici e laici è stata importante e va conservata nella difesa della vita, va conservata per tutelare quel principio irrinunciabile secondo cui ogni essere umano gode della stessa dignità degli altri esseri umani indipendentemente dalla sua età, dalle cellule di cui si compone e dal suo stato di salute. D’altronde, non hanno saputo interpretare le profonde motivazioni che hanno mosso quei milioni di persone che hanno dato l’addio a Giovanni Paolo II e che hanno salutato un nuovo grande pontefice come Benedetto XVI. Non hanno compreso che stiamo vivendo un tempo propizio per raccogliere quei frutti di coscienze sensibilizzate, piuttosto che contagiate da futili entusiasmi e sentimentalismi.

Questi politici “ingenui”, che credendoci consumatori incalliti di talk show usa e getta, con la complicità di media ben allineati, ci hanno propinato contrapposizioni polemiche in dibattiti televisivi o radiofonici che non hanno aiutato nessuno a comprendere se non a uscirne, spesso, con le idee più confuse di prima.

Nulla fiato alle trombe e rulli di tamburi, dunque, anche perchè c’è molto da fare, ancora. Specialmente nel campo della ricerca che deve progredire sui binari della liceità e non del compromesso e del “materialismo razionalista”. Una ricerca che possa dare speranza alle attese di coloro che dignitosamente accettano e vivono le limitazioni della malattia nel proprio corpo. Una ricerca che curi la malattia, non che elimini il malato, magari quando le sue dimensioni sono microscopiche tali da non scorgere ne l’essere ne l’essenza. Se la cura è il fine delle ricerca, anche la comunità ha i suoi impegni che non possono essere disattesi. Uno di questi è quello della condivisione, che tradotto in scelte concrete e quotidiane sostenga, incoraggi e fughi sentimenti di disperazione e sconforto.

Ed è per questo che a Luca, mio amico tetraplegico, voglio dire che gli voglio bene, a prescindere dal fatto che questa sua condizione di vita fosse sorta nel corso della sua esistenza o fosse stata presente dalla sua nascita. Perché se fosse stata presente dalla nascita, qualcuno, qualche giorno fa, avrebbe provato a privarmi di un amico.

 

Vito Lamonarca 

 

 

 

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