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Il bene della vita prima di tutto

di Mons. Luigi Martella

 

Di fronte al tema della vita non si finisce mai di stupirsi, né si fermano mai gli interrogativi, talvolta struggenti, talvolta inquietanti, senza che si possa arrivare a posizioni effettivamente, pienamente e universalmente condivise circa la sua origine, il suo valore, la sua dignità, nonostante solenni dichiarazioni a livello di organismi internazionali.

Siamo in una fase della storia in cui si stanno manifestando vertiginose accelerazioni. Da mezzo secolo a questa parte il progresso è stato lineare sulle cose ma verticale sull’uomo. Le cose sono sempre le stesse: auto, treni, aerei, televisori, lavatrici sono migliorati in senso qualitativo e più diffuse in senso quantitativo, ma sono rimaste le stesse. Sull’uomo invece il progresso avviene in modo verticale: il salto scientifico sta passando dalla pura analisi all’azione sui corpi. Cioè non ci limitiamo più a conoscere la vita, ma agiamo sulla vita. E in questo si sta avverando la previsione di non pochi attenti osservatori, ovvero dell’uomo che non dipende da un’origine ma che è origine esso stesso.

Tutto questo ci pone evidentemente di fronte a dilemmi etici laceranti. Le polemiche che via via montano in vista del referendum sulla fecondazione ne sono un’ulteriore riprova.

Ma veniamo ai fatti.

La Corte Costituzionale ha dato via libera ai quattro quesiti referendari che vogliono abrogare in parte la legge n. 40 sulla procreazione medicalmente assistita, approvata dal Parlamento il 10 febbraio 2004.

Il primo quesito riguarda il divieto di compiere ricerche scientifiche sull’embrione; il secondo l’obbligo di creare in vitro non più di tre embrioni per l’impianto in utero; il terzo l’affermazione che i diritti dell’embrione sono equivalenti a quelli delle persone già nate; il quarto il divieto di fecondazione eterologa.

Di fronte a tali quesiti una considerazione che non si può evitare è che la posta in gioco non è un semplice sì o no a questioni pratiche. In discussione c’è il punto di partenza: si tratta di decidere se si è a favore o contro una determinata idea di uomo. A tal proposito è necessario chiarire un paio di concetti fondamentali. Si tratta di intendersi innanzitutto sull’identità dell’embrione umano. è qui il punto cruciale. Non è un’operazione semplice. Quello che possiamo dire a riguardo, senza il timore di essere smentiti, è che dal momento della fecondazione si innesca un processo vitale senza discontinuità fino alla nascita. Siamo di fronte cioè ad un organismo unitario che si sviluppa in modo continuo, finalisticamente orientato, autonomo, caratterizzato dalla unicità e dalla irripetibilità. L’embrione, dunque, è già un essere singolare, relazionato non solo a coloro da cui provengono le componenti originarie che lo costituiscono, ma anche alla sorgente ultima di ogni vita, che il credente riconosce in Dio. Anche dal punto di vista biologico, l’embrione non è recettore passivo, ma interagisce con il suo ambiente vitale. Tutto questo potrebbe bastare per capire che l’uomo è un fine e non un mezzo, come diceva il grande filosofo Kant.

L’altro punto fondamentale riguarda la fecondazione. Si tratta di capire, anche qui, quale famiglia vogliamo. Il problema dell’identità dell’embrione umano e quello della fecondazione assistita sono due aspetti interconnessi che, dal modo in cui si intendono, rispecchiano visioni differenti di uomo e di società. La fecondazione eterologa, per non rimanere nel vago, determina la frantumazione della famiglia e non solo la scomposizione tra fecondazione e sessualità. Manca il punto di riferimento. Il bambino non saprà mai chi è stato suo padre o sua madre. Perché quasi sempre le leggi vanno a proteggere, dicono, il bambino, ma in realtà vanno a proteggere il padre e la madre. Comandano il segreto assoluto; l’anonimato assoluto. Come si vede, si procede alla produzione di figli come fossero un bene personale dimenticando che la maternità è invece un servizio a un figlio.

Da tutto ciò si comprende anche che vi sono «tante bioetiche» a seconda che si faccia prevalere un interesse utilitaristico, una mera valutazione costi-benefici, o l’idea per cui ogni persona va venerata e rispettata nella sua dignità, a qualsiasi stadio e in qualsiasi condizione.

Chiariti i termini della questione si può discutere sulla opportunità o meno del ricorso al referendum su tematiche che vanno decisamente «oltre» il sì e il no e che invocano il principio di responsabilità non condizionato da precomprensioni ideologiche. La legge n. 40 in vista di una necessaria e doverosa regolamentazione in materia di fecondazione medicalmente assistita è un risultato accettabile, non collimante con l’insegnamento etico della Chiesa, ma garante di alcuni principi e criteri essenziali in riferimento alla dignità e ai diritti e interessi della persona umana.

Di fronte a queste complesse e delicate problematiche, viene spontaneo pensare al posto che l’uomo ha nell’universo. Ricordando l’insegnamento biblico, proprio alle origini, Dio assegna all’uomo il compito di «custodire» la vita. In nessun modo appare che egli abbia avuto «potere» sulla vita del suo simile. L’insegnamento continua, quando la Bibbia ricorda ancora che l’uomo è certamente libero, ma questa libertà non è illimitata: deve arrestarsi di fronte all’«albero della conoscenza del bene e del male». Chi, poi, stabilisce ciò che è bene e male non è l’uomo, ma una legge morale che lo supera. Molto si fa in nome del «progresso», ma siamo proprio sicuri che il vero progresso dell’umanità sia dalla parte di chi sembra prevalere nei pubblici dibattiti o nei parlamenti della terra? Chi non si lascia prendere dall’emotività e dà spazio alla ragione non può presentare il dibattito come una questione tra laici e cattolici, etichettando, addirittura, questi ultimi come «integralisti», «oscurantisti», «retrogradi» e via dicendo. Questa è un’operazione indebita e strumentale. Bene si fa, invece, a ricordare che dietro queste rivendicazioni di abolizione di divieti, molto spesso si nascondono pressioni di ordine economico: sono tanti gli interessi connessi a tali scelte; di ordine scientifico: c’è la curiosità del ricercatore che vuole essere il primo; di ordine politico: perché si cerca l’effetto del consenso popolare.

Saremo chiamati, dunque, per esprimerci su dei quesiti che toccano valori di enorme portata: una sfida alla nostra libertà di coscienza. Non sarà certo una decisone facile. In ogni caso quello che su tutto deve prevalere, credenti e non, è un impegno di coerenza, sorretto dal desiderio e dalla volontà di servire la vita che pulsa nell’esistenza umana. E per onorare tale impegno dovranno essere valutate tutte le modalità attraverso le quali si può esprimere il rifiuto di un peggioramento della legge in questione. Benché si dica, dato l’altissimo valore posto in gioco, non andare a votare è scelta assolutamente legittima, responsabile e democratica. Quello che conta, infatti, è difendere non il «bene» di visioni parziali, ma il bene complessivo della vita umana e del futuro dell’uomo, senza paure.

 

 

 

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