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Una santità praticabile e affascinante oggi
Luigi Sparapano
don Pietro Rubini
Sono veramente tante le sollecitazioni che provengono all’Azione Cattolica perchè continui ad essere una scuola di santità. Alle parole del Papa - Oggi il Signore vi dice: il dono più grande che potete fare alla chiesa e al mondo è la santità - fa eco l’invito dei Vescovi che si attendono - un impegno che (...) contribuisca a rinvigorire, mediante la testimonianza apostolica tipicamente laicale (...) il dialogo e la condivisione della speranza evangelica in tutti gli ambienti della vita quotidiana. E anche il nostro vescovo ha più volte richiamato l’AC diocesana a vivere la santità come - “misura alta della vita cristiana ordinaria” per restituire l’immagine di un’esperienza cristiana autentica ed esigente, ma nello stesso tempo praticabile e affascinante oggi -.
In realtà i nostri Pastori non fanno che dar voce al bisogno, diffuso tra la gente nelle nostre città, di recuperare le motivazioni della Speranza che possa dare un senso a questa vita.
Nel preparare il cammino associativo verso la XII assemblea diocesana ci siamo chiesti se e quanto la nostra associazione diocesana fosse scuola di santità, praticabile e affascinante oggi; la risposta non si è fatta attendere ed è stata occasione di gioia ed emozione perchè non abbiamo faticato molto ad individuare amici e amiche che, nel passato recente delle quattro città, hanno dato testimonianza di vita nell’ordinarietà.
Maria, Cristina, Pino, Massimo... e l’elenco poteva continuare. Ne abbiamo tratteggiato i profili, proseguendo nella riscoperta delle nostre radici, per mettere in luce e riconsegnare, a quanti oggi scelgono l’AC, uno stile di vita cristiana possibile nelle diverse età e condizioni. Loro ci hanno manifestato il costante riferimento a Cristo e alla Chiesa, incarnando fino in fondo, anzi fino in cima, il carisma dell’Azione Cattolica. Insieme ai loro familiari, ai quali ci sentiamo uniti nell’amicizia, eleviamo la lode e la gratitudine al Signore per il dono e la bellezza della vita nuova che non smette di donare a quanti si affidano a Lui.
Pino
Chiarella
(1961-1996)
a cura di don Vito Bufi
“L’importante è saperci tutti insieme, in un cammino, o meglio, su di una grande autostrada che porta a Lui, a Cristo, dove noi siamo alcuni dei tanti riflettori che la illuminano”. Così Pino definiva l’esperienza di Azione Cattolica che amava a tal punto da sentirne fortemente la mancanza negli anni in cui, per motivi di lavoro, era costretto a vivere lunghi periodi lontano da Molfetta e dalla comunità parrocchiale, e che riempiva con lettere e pagine di diario che poi inviava agli amici e alla fidanzata.
Pino Chiarella era nato il 12 agosto 1961 e si era inserito nel gruppo giovani di Azione Cattolica della Parrocchia Immacolata di Molfetta all’età di 18 anni. Da allora vivrà un’esperienza esaltante di uomo e di cristiano, una storia di santità laicale vissuta nello scorrere dei giorni, fino al giorno, il 12 aprile 1996, quando un male incurabile stroncava la sua giovane vita.
Un’esistenza breve, quella di Pino, ma vissuta intensamente, spesa fino in fondo, contrassegnata da bellissimi gesti di amicizia regalati con grande affetto a tutti, arricchita da tantissimi frutti di opere buone, ritmata da un grande amore a Cristo, alla Chiesa, alle persone.
Pino è stato prima di tutto un uomo che costruiva con gli altri un modo di rapportarsi franco, senza orpelli, spontaneo, amichevole e simpatico con tutti, dal più piccolo al più anziano. La sua indimenticabile risata, schietta e contagiosa, che denotava una grande gioia interiore, quel suo sguardo sempre limpido e diretto, la sua esagerata disponibilità, le sue parole semplici e chiare, erano i segni visibili della sua innata bontà d’animo che contagiava tutti coloro che lo hanno conosciuto. Pino è stato un autentico cristiano, un credente che ha saputo dire Dio nel mondo del lavoro (prima marittimo sulle navi e poi operaio della SIP) e nell’ambito della famiglia (sposo fedele di Anna e padre affettuoso di Luca), in parrocchia (prima animatore e responsabile del Settore Giovani e poi presidente parrocchiale) e tra gli amici (euforico o musone, ma sempre genuino e, soprattutto, generoso), nel tempo della gioia e sul letto della sofferenza.
“Io mi sto sforzando di dimostrare come un cristiano riesce a vivere meglio, con le mie armi più potenti: la verità, l’amore, l’umiltà, l’onestà. Questo, in poche parole, sono io… Voglio essere sempre quello che sono, e cioè sincero, stravagante, e pieno di coraggio… Dio mi ha fatto coraggioso, cioè cristiano… Porto con me Cristo ovunque sono… cerco sempre di sorridere non solo per far capire agli altri che il mio Dio dà gioia, anche nelle avversità, ma che Lui non è solo il mio Dio ma il Dio di tutti…”. Queste parole di Pino sono la testimonianza certa di un uomo sapiente, cioè di una persona che ha saputo dare senso e sapore a tutta la sua vita, mettendoci Dio in tutto quello che faceva.
Maria
Lovino
(1921-1996)
a cura di Anna Luisa Tedone
“Amare Dio e il prossimo è quello che ogni cristiano dovrebbe fare per tutta la vita”.
Questa frase Maria la ripeteva molto spesso. Non ci sono cose straordinarie da dire di Maria, ma lo straordinario, direi, sta proprio in quella sua vita semplice e umile vissuta nell’amore di Cristo, di cui era innamorata sin dall’adolescenza.
Maria Lovino è nata nel 1921 ed è deceduta nel giugno del 1996. Ultima di sette figli, conseguì il diploma magistrale e, in seguito, la laurea in lettere. Scelse l’insegnamento elementare e insegnò per 40 anni; esercitò la sua professione con scrupolosa dedizione, apprezzata e stimata da colleghi e superiori; si impegnò a trasmettere ai piccoli non solo i primi rudimenti di cultura, ma soprattutto i valori dello spirito, il senso di Dio e del dovere. Molti alunni la ricordano come la “maestra buona” sempre pronta a perdonare, ma facendo capire che i doveri si devono compiere sempre e bene.
L’Azione Cattolica fu per Maria una seconda famiglia, vi entrò a far parte ragazzina e visse con entusiasmo gli anni gloriosi della Gioventù Femminile, ha conosciuto Armida Barelli e ne fu sempre affascinata. Si dedicò con tutta sé stessa a numerose attività, sia nella sua parrocchia “S. Maria Assunta” (Cattedrale),sia in diocesi. È stata Delegata Beniamine, Aspiranti, Giovanissima in parrocchia e in diocesi responsabile Beniamine, responsabile Adulti e per due anni ebbe l’incarico “ad interim”come presidente diocesana. Si adoperò con grande zelo alla diffusione dell’adorazione notturna nelle famiglie, promossa dall’Opera della Regalità; lavorò instancabilmente alla raccolta di Amici della Università Cattolica del Sacro Cuore, incarico che mantenne sino alla morte; alle amiche diceva spesso: “Quando non ci sarò più io, cercate di mantenere in vita questa iniziativa a cui ho dedicato tutta la vita”.
Maria era di animo semplice, delicato, di carattere dolce, mite, suscitava in quanti l’avvicinavano fiducia e simpatia. Era dotata della rara capacità di ascolto e, quando interveniva nel colloquio lo faceva con discrezione e spesso la sua risposta era un sorriso.
L’ottimismo era la sua nota francescana dominante: ottimismo concreto, che la portava ad essere incisiva nell’azione e ben voluta da tutti; serena e sicura nelle situazioni di scontro, tesa a superare ogni polemica per ritrovare sempre l’unità. Accettava gli altri così come erano e riconosceva i suoi limiti per cui teneva conto delle critiche che le potevano venire da qualunque persona. Di profonda, autentica vita interiore, viveva in continua unione con Dio e con i fratelli, sempre pronta ad aiutare chi era in difficoltà (anche finanziariamente). Il suo anelito alla santità non ha conosciuto mai sosta, la sua vita tutta consacrata all’amore, è stata segno della presenza di Dio fra gli uomini.
Ha lasciato questa vita in punta di piedi, con la stessa discrezione con cui l’ha vissuta.
Massimo
Cervone
(1976-2003)
a cura di Isabella Milillo Cervone
«Il Signore chiama ognuno di noi ad una missione, difficile, temibile, sicuramente controcorrente e quindi non per tutti; a me il Signore ha chiesto la sofferenza, (...) e credo che questo è sicuramente il modo migliore che io ho per lodarlo. (...). Anch’io sto dedicando la mia sofferenza al Signore (...) ed anch’io sto chiedendo delle grazie affinché ci siano delle conversioni, ma soprattutto prego per i miei ragazzi, affinché regni tra loro sempre l’armonia e la solidarietà, ma che soprattutto non manchi mai loro la fede»
Massimo, nasce a Bari il 12 febbraio 1976, secondogenito di due fratelli; sin dai primi anni di vita emerge la sua indole curiosa e socievole, la sua vivacità motoria, intellettiva, espressiva e mimica che la famiglia cerca di convogliare nello sport, la sua più grande passione. Riceve la cresima nella parrocchia S. Domenico, in Giovinazzo, dal vescovo don Tonino Bello, che lo affascina con la sua parola, e comincia a frequentare con più assiduità, interesse e impegno l’Azione Cattolica, come animatore e catechista; partecipa a campi scuola, a ritiri e incontri vari. Nel 1994 Massimo vive l’esperienza di Taizè, in Francia, e ne torna entusiasta, ma anche un po’ cambiato. In parrocchia conosce e si appassiona all’esperienza del Rinnovamento nello Spirito; terminati gli studi superiori, Massimo vuole lavorare e si affianca al padre.
Nell’autunno del 1996 i primi segnali di un tumore maligno; viene subito operato a Milano, assistito dalla madre. Nelle lunghe ore in ospedale Massimo prega e legge molto (soprattutto gli scritti di don Tonino); quando le condizioni glielo permettono va a messa o riceve la comunione in camera. Comincia a raccontare a sua madre dell’esperienza a Taizè, dove, in un momento di ricerca interiore, aveva incontrato spiritualmente Gesù che gli aveva chiesto di soffrire per Lui, e lui ha acconsentito a questo, proprio pochi mesi prima che cominciasse il suo calvario. Massimo pian piano riprende le forze, riprende a lavorare e ad impegnarsi in parrocchia, ma dopo due anni, nel 1999, ricominciano i problemi che, nonostante le cure innovative, ma ugualmente devastanti, e i viaggi della speranza da Milano, a Bologna, a New York, passando per Medjugorie, vanno sempre più complicandosi. Alla Rizzoli di Bologna, dove rimane per due anni, Massimo si muove in carrozzina e si fa benvolere da tutti; svolge una grande opera di sostegno morale e di evangelizzazione presso gli ammalati. È riuscito a portare un po’ di gioia, qualche sorriso in quel luogo dove il dolore e la sofferenza è così grande, quasi palpabile. Lui soffriva così tanto di suo: come faceva a portare un po’ di gioia, un sorriso, a testimoniare Cristo a quella gente dai volti dilaniati dal dolore fisico e morale.
Tornato a casa, è la parrocchia che va da lui, con lunghe e frequenti visite. Massimo capisce che non ce l’avrebbe più fatta, vuole prepararsi a quel momento in cui sarebbe iniziata la sua vera vita, provvedendo personalmente a chiedere l’unzione degli infermi e chiedendo aiuto al diacono che, puntualmente e costantemente, ogni sera gli dedica del tempo con preghiere, letture, meditazioni e conversazioni. Massimo inizia a vivere il 1 maggio del 2003 alle ore 16, recitando il rosario della misericordia fino agli ultimi momenti di vita.
Cristina
Castore
(1915-2004)
a cura di Franca Maria Lorusso
“Fare di Dio il centro, l’anima della mia vita quotidiana. Non desiderare che Lui solo, amare Lui solo, incondizionatamente, senza limite alcuno”.
Questa semplice e profonda riflessione appuntata casualmente su una pagina del suo diario è quasi il testamento spirituale di Maria Cristina Castore (nata il 16.04.1915), insegnante terlizzese aderente all’Azione Cattolica sin dai tempi di Armida Barelli.
Generosa, intelligente, infaticabile nel cercare Dio nella storia degli uomini, la signorina Castore conobbe il carisma associativo giovanissima e ne rimase talmente folgorata da dedicare l’intera sua esistenza all’apostolato laicale. Già nel lontano 1935 fu dirigente della Gioventù Femminile e per lunghi anni rivestì l’incarico di presidente diocesana e parrocchiale.
Un viso sbarazzino, uno sguardo limpido, dolce e al tempo stesso tenace rivelavano un animo tutto proteso verso l’essenziale della vita cristiana e corroborato continuamente dalla preghiera, dalla vita sacramentale, dalla Parola di Dio vissuta nella quotidianità.
L’Eucarestia, l’Azione Cattolica e lo spirito francescano sono stati i grandi amori che hanno sostenuto la sua ansia missionaria vissuta con alacre impegno, prima nelle comunità parrocchiali di S. Maria e dei SS. Medici, e poi sin dalla sua costituzione, nella parrocchia di Santa Maria della Stella. Significativa una preghiera che abbiamo scovato nel suo diario:
“O Dio, il tuo amore non ha conosciuto misura, non ha calcolato la distanza infinita che va dal Creatore alla creatura, ma ha sorpassato e colmato questa distanza unendo in modo indissolubile la natura umana con la Persona divina del Verbo. Com’è vero che l’amore non conosce ostacoli e tutto vince, a tutto s’accomoda, pur di raggiungere il suo scopo. O dolce Bambino Gesù, mio Dio, mio Salvatore, concedimi di comprendere sempre più la grandezza e la profondità del tuo amore, fammi penetrare in quest’abisso sconfinato…”.
Cristina Castore fu un’eccellente catechista, ma anche una grande pedagoga, maestra per più di quarant’anni non solo per professione, ma soprattutto per vocazione. Tanti ex allievi la ricordano come un’insegnate dolce e forte al tempo stesso, riservata eppure sensibile ai bisogni di tutti, determinata a trasmettere con le parole e con la vita i valori per cui vale la pena vivere. Nella sua vita non ci sono episodi eclatanti, non c’è niente che si presti all’avventuroso, Cristina Castore è stata una donna semplice nel senso evangelico, una donna che ha saputo seminare dovunque a piene mani i germi di un vangelo riscoperto ed incarnato profondamente nella vita. Muore a Bologna nel marzo del 2004 all’età di 88 anni. È ormai nel cuore della nostra Associazione per la quale è stata madre, sorella, amica. Una luce.