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GIOVANI IMMIGRATI,
RISORSA DELLA SOCIETÀ E DELLA CHIESA
Don Luigi PETRIS
Fondazione Migrantes
ROMA
A - Introduzione
1. Ritengo
che non pochi, leggendo il titolo della conversazione che intendo tenere con
voi, potrebbero scuotere il capo, pieni di dubbi su quanto esso afferma e cioè che
i giovani immigrati siano una risorsa per la società e per la Chiesa.
Ben sappiamo che i giovani troppo spesso vengono
considerati più un problema, una questione, piuttosto che una ricchezza, una
risorsa. E questo non da oggi, ma - direi - da che mondo è mondo.
2. Se
poi la questione giovanile viene affrontata dal punto di vista delle seconde generazioni dei migranti,
allora i problemi e le difficoltà aumentano, si moltiplicano. Padri e figli
“stranieri” sono spesso percepiti dai locali come intrusi che succhiano il
benessere della propria terra. Non vengono riconosciuti come persone che
apportano un contributo anche economico - oltre che culturale - ai paesi di
origine come al paese di accoglienza. Diventando un problema per la
maggioranza, l’immaginario popolare li trasforma in capri espiatori addebitando loro la causa dei propri mali
(disoccupazione, violenze, malattie, ecc.). Le deficienze e gli errori dei
singoli stranieri vengono generalizzati mentre aumenta l’incapacità di
intravedere le cause che spesso spingono alla devianza questi giovani come
quelli di qualsiasi altro gruppo di appartenenza. Prende forma la cosiddetta “teoria del deficit” che diffonde la
convinzione che le minoranze etniche siano incapaci a determinare positivamente
la loro vita nella nuova situazione (sociale) ed hanno bisogno di qualcuno che
le guida.
3. Non
vogliamo assumere un facile atteggiamento di denuncia generalizzata per le
inadempienze e l'immobilismo della società politica, anzi volentieri diamo atto
di una particolare intraprendenza su questo fronte: basti ricordare le sette
circolari del Ministero dell'Istruzione sull'accoglienza e l'inserimento degli
alunni stranieri nelle nostre scuole, a partire dalle elementari; il
"Rapporto 1996 sulla condizione dei minori in Italia" e
"Rapporto 1997 sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza in
Italia" a cura del Ministero della solidarietà sociale, che dedica ampio
spazio ai minori stranieri; ricordiamo anche la nuova legge che merita il
massimo apprezzamento sul tema dei minori (artt. 26, 29, 30, 31) e
dell'integrazione sociale (Artt. 40ss).
4. Vivaci
iniziative sono in atto anche da parte del mondo laico sull'educazione
interculturale e sul contrasto al razzismo: ci compiacciamo di tutto questo ma
non vorremmo che diventasse quasi un loro monopolio e che noi, come Chiesa,
quasi ci autoescludessimo da un campo che ci appartiene da sempre e che ha così
forti implicanze anche sul piano morale e religioso.
Senza dubbio ci sentiamo a fianco di quanti si prendono
a cuore, anche nel mondo civile e politico, il problema di questi giovani in
spirito di sincera collaborazione. Anzi siamo convinti che una attenta e
sistematica cura pastorale, imperniata sui valori e interessi religiosi dei
giovani immigrati, sia una strada maestra per la loro promozione integrale, a
beneficio degli interessati e dell'intera società.
Ma questo non basta. Dobbiamo lasciarci sollecitare
da questo fermento in atto e domandarci di continuo se la nostra comunità
cristiana, non per senso di prestigio o di protagonismo ma per fedeltà alla sua
missione, mostri nel campo dei minori e dei giovani stranieri quel dinamismo di
attività e dia quelle testimonianze che le vengono riconosciute in altri
settori del vasto mondo immigratorio.
5. "Comunità
cristiana" rischia di diventare nome vago e impersonale se dentro alla
comunità non si individuano singoli e gruppi che in nome della comunità si
impegnino in prima persona. E' evidente che il riferimento è ai giovani e ai
gruppi giovanili delle nostre Chiesa locali perché sono proprio loro i
connaturali interlocutori dei giovani immigrati. Se poi guardiamo alle tante
realtà ecclesiali costituite da giovani o che si interessano di giovani, c'è da
prendere coraggio, perché alla domanda: "Chi si potrà assumere questo
nuovo grosso lavoro?" la risposta potrebbe essere incoraggiante.
B - Un mondo e
una pastorale da scoprire
1. "Giovani
stranieri o immigrati": è voce da prendere in tutto il suo ampio
ventaglio: minori arrivati con i genitori in Italia o ricongiunti con i
genitori in un secondo momento, minori della seconda generazione, figli di
matrimoni misti, minori adottati o ancora in affido; tanti di costoro possono
già essere non stranieri ma cittadini italiani, comunque portano chiari i segni
di essere, di provenire da un'altra etnia e per questo pongono problemi di
integrazione e di convivenza. Dalla nostra attenzione pastorale nessuna di
queste categorie va esclusa, benché forse il discorso almeno in prospettiva si
faccia più vasto e acuto per la seconda generazione.
2. Ebbene
questo mondo in crescita con tanti problemi ma anche con grandi potenzialità,
deve essere non dico maggiormente valutato ma ancora scoperto dalla società e
dalla Chiesa. Attualmente pare che la maggiore attenzione ad esso riservata
provenga da singoli, da specialisti, da persone che hanno fatto una scelta di
vita per il mondo migrante. Manca la cinghia di trasmissione per immettere
nella comunità conoscenze, sensibilità, aperture nuove, proposte che diventino
convinzione e patrimonio della maggioranza.
Tre segnali che convalidano questa mia asserzione.
* Ho letto quest’estate il libro di F. Garelli e M. Offi “Giovani: una vecchia storia?” (Ed. Sei, 1997). E’ sintomatico che non tocchi il problema degli stranieri. In sintesi il libro racconta, per così dire, tutto dei giovani, si comprende come essi non siano un’invenzione moderna e come da sempre abbiamo posto interrogativi imbarazzanti agli adulti. Una storia dei giovani dall’antichità ad oggi, sino ai nostri anni novanta: si parla di ambivalenza, di droga, di religiosità, di associazionismo, di conflitti generazionali, ecc., ma non una parola sui giovani stranieri e sull’impatto che essi con il loro arrivo e presenza producono nella società!
* Con la legge nr. 285 del 28 agosto 1997, il nostro Paese, che mai ha progettato una politica per i giovani, ha voluto porre una base per costruire una politica di promozione rivolta alla totalità dei giovani. In un lungo articolo (1) Luigi Rigogliosi (psicopedagogo giurista, consulente della Regione Lombardia) illustra tra l’altro le devianze, i modelli teorici e le metodologie operative e la varietà dei servizi per gli adolescenti, come i Centri di aggregazione giovanile (C.A.G.) sorti in modo particolare in Lombardia ed in Emilia-Romagna. A tutti è noto come sia alta la percentuale dei giovani stranieri coinvolta in varie forme di devianze. Ma anche in questo studio non un accenno ai minori stranieri.
Si dirà che molti sono i
libri e non mancano i convegni su questa problematica. E’ vero. Sottolineo
ancora una volta come questa problematica
il più delle volte venga isolata e staccata da un piano generale.
Riservata ad alcuni esperti. Gli addetti ai lavori devono affrontare e
risolvere i problemi. Non è un “affare” di tutta la comunità. Questo è un
limite grave con ripercussioni molto negative.
Questi sintomi di chiusura
si riscontrano anche nel nostro mondo, nella Chiesa. C’è tanta vivacità tra i
nostri giovani. Non sono pessimista nei loro confronti. Al contrario mi pare
che essi cerchino con sincerità valori che danno senso alla vita, con
disponibilità al sacrificio e all’impegno. Ma questo sacrificio ed impegno non
sono forse ripiegati in grande misura sul proprio orizzonte? La propria
famiglia e gruppo, la propria comunità e scuola, ecc. e gli altri? Ben inteso:
non c’è una chiusura di principio, al contrario c’è disponibilità
all’universalismo, all’apertura ai diversi. Manca tuttavia lo slancio
missionario, l’attenzione che diventa programma di vita e di impegni concreti,
la convinzione che si tratti di un problema di tutti, di tutta la comunità
ecclesiale. Ed allora si lascia questo impegno a S. Egidio, al gruppo di
volontari, al prete o al laico che ha l’hobby per gli stranieri. E così la
comunità, i gruppi giovanili parrocchiali, i piani diocesani rimangono distanti
da questa realtà. I giovani stranieri di fatto restano un “oggetto
sconosciuto”.
E’ indispensabile quindi in
primo luogo recuperare una conoscenza diretta, e non per sentito dire, di
questo mondo giovanile. Non si può agire con efficacia se non si entra dentro
di esso, se non si confrontano con i diretti interessati modi di comportamento,
problemi e valori spesso incomprensibili e solo per questo motivo da noi
rifiutati e combattuti.
Un segno chiaro di quanto
poco peso si dia ai “giovani immigrati” è la quasi completa mancanza di
attenzione nei loro confronti nei piani diocesani della pastorale giovanile.
Salvate alcune poche diocesi che hanno avvertito come questo fenomeno vada
tenuto presente e quindi l’hanno inserito nella programmazione organica
annuale, le altre brillano per ... dimenticanza!
3. E’
davvero urgente scoprire questo mondo! Ci dispensiamo dal tentativo di quantificare oggi e in prospettiva la
massa di questi giovani che a vario titolo possiamo definire immigrati;
rimandiamo alle relazioni di ieri. Ma sarà utile rinfrescare questo quadro con
due richiami emblematici: un demografo a noi molto vicino, il Prof. Todisco
della Sapienza, prevede che nel 2020 nelle scuole elementari i bambini figli o
nipoti di immigrati saranno il 50%; la "Relazione sulla presenza straniera
in Italia e sulle situazioni di irregolarità" edita dal Ministero
dell’Interno nel giugno scorso per il 2017 calcola a 3.500.000 il deficit di
popolazione italiana rispetto alla popolazione locale, ma nella fascia dai 20
ai 39 anni, ossia in quella eminentemente lavorativa, il deficit sale a sei
milioni. Se questi calcoli sono obiettivi, ne scaturisce la necessità di una
abbondante e tempestiva politica immigratoria fin dalla fine di questo secolo; non
si può infatti immaginare a un richiamo dall'estero di una grande massa solo al
momento in cui se ne ha bisogno; è più saggio prevedere per tempo e provvedere
perché il mercato del lavoro possa prelevare il fabbisogno dalla seconda
generazione già inserita e debitamente preparata in Italia.
C
- Risorsa?
1. Dopo
quanto detto si può comprendere come gli stranieri ed in particolare i giovani
sono o possono diventare una risorsa, se non immediatamente almeno a media
scadenza, dal punto di vista demografico economico e lavorativo.
2. Lo
possono essere anche ad altri livelli più alti, ma a questi livelli la
"risorsa", il beneficio comune derivante da questa novità etnica e
culturale non scatta automaticamente. Si ha soltanto la materia prima, magari di
ottima qualità per la costruzione di una comunità civile ed ecclesiale più
ricche e autentiche, ma questa materia prima può giacere inerte o addirittura
prendere una carica esplosiva e devastante.
Mi ricordo come in Germania veniva definita la
seconda generazione di immigrati anche italiani:
Versuchkaninchen: cavie, usate per gli
esperimenti più strani specialmente nel campo della scuola;
Niemandsland: terra di nessuno, dovrebbero acquistare due patrimoni culturali e rischiano di non avere neppure uno;
Zeitbombe: bombe ad orologeria che messe ai margini della società prima o poi esploderanno.
Il diverso pone di fronte a un bivio: o del rifiuto
e dello scontro feroce verso chi è percepito come possibile aggressore della
mia identità o di una fossilizzata tradizione che fa da comodo cuscino al mio
quieto vivere; o della preziosa, provvidenziale occasione di una convivenza
nuova di un arricchimento del mio patrimonio tradizionale, arricchimento che ha
per presupposto una revisione profonda delle mie acritiche sicurezze, dei miei
istintuali impulsi, sospetti e fobie: l'altro, singolo e collettività, può
migliorare dunque la qualità della vita sia mia personale che della società.
Grazie al diverso scopro nuove aperture, correggo le mie facili storture, dò una
dimensione nuova alla mia vita.
3. In
tal senso i giovani immigrati sono una risorsa, ma è il caso di ripetere: non
lo sono automaticamente, non è un dono gratuito. E’ un dono che coinvolge
personalmente, è oggetto di conquista, pone il soggetto sulla via di una
meravigliosa avventura che però ha il suo prezzo. Qualcuno dovrà pagarlo. Certo
questo qualcuno è tutta la società, tutta la comunità ecclesiale. Ma chi fa da
aprifila? Viene spontaneo pensare ai giovani: giovani con i giovani.
4. D'altra
parte è utopistico e ingeneroso aspettare e pretendere che siano gli
"altri" giovani, i diversi, i nuovi arrivati. Già abbiamo detto che
al patrimonio comune di difficoltà, proprio della classe giovanile, essi ne
portano addosso uno e molto pesante, proprio della classe straniera o
immigrata. Siamo noi dunque che dobbiamo prendere iniziativa e avviare
l'avventura.
Il rinnovamento di una società e della Chiesa
dipende dalla capacità di inserire originalmente i nuovi, i diversi!
D - Atteggiamento di rispetto e di valorizzazione
1. Il
futuro di questi giovani e dei loro rapporti con la società e la Chiesa anzi -
come abbiamo sopra ricordato - il futuro stesso della Chiesa non dipende tanto
dalle iniziative che si prenderanno, quanto dal come ci poniamo di fronte ad
essi e dal concetto che di loro ci facciamo, dai valori che guideranno l’azione
della società e della Chiesa formata ora anche da questi nuovi concittadini e
fratelli.
2. Fondamentale
è il riconoscimento dello straniero come persona, soggetto di diritti e doveri
e portatrice di cultura. L’atteggiamento che ne dovrebbe derivare è il rispetto
per questo mondo a noi sconosciuto. La Chiesa, esperta in emigrazione, ha
scritto pagine ispirate al riguardo, purtroppo poco conosciute anche agli
operatori pastorali. Come quando essa afferma che i fedeli immigrati per
raggiungere quella integrazione ecclesiale che arricchisce la Chiesa “debbono poter restare completamente se
stessi in quanto concerne la lingua, la cultura, la liturgia, la spiritualità,
le tradizioni particolari”. Ben lo sappiamo invece che il desiderio intimo,
direi, il sogno di quasi tutti i parroci è di fatto l’assimilazione dello
straniero. Sia ben chiaro che nessuno osa pronunciare una tale parola, ma di
fatto si pretende che i diversi entrino nella “nuova casa”, la parrocchia,
lasciando fuori tutto quanto può “disturbare” la tradizione dei fedeli che
costituiscono la maggioranza. Il Papa va oltre e giunge a dire che “ogni tentativo inteso ad accelerare o
ritardare l’integrazione, o comunque l’inserimento, specie se ispirato da una
supremazia nazionalistica, politica e sociale, non può che rafforzare o
pregiudicare quella auspicabile pluralità di voci, la quale scaturisce dal
diritto alla libertà d’integrazione che i fedeli migranti hanno in ogni Chiesa
particolare” (Messaggio del Papa per la Giornata mondiale dei migranti
1986).
Questa affermazione è coraggiosa poiché va contro il
pensare comune di quasi tutti gli operatori pastorali che sia un dovere
spingere all’integrazione lo straniero. Il Papa contraddice questo luogo comune
affermando che noi non dobbiamo né accelerare, né ritardare un tale processo,
quanto piuttosto creare le condizioni
perché l’integrazione si realizzi in modo libero.
3. Questi
principi sono stati tradotti nella pratica pastorale in varie forme di
aggregazione, come le missioni cattoliche, le cappellanie straniere, i centri
locali, ecc., valide anche per noi in Italia oggi. Esse permettono ai migranti
di interagire nella Chiesa alla pari, avendo un riconoscimento canonico
ufficiale.
E - Comunità
emigrata e cultura della seconda generazione
Un’ultima
riflessione prima di passare ad alcune indicazioni pratiche.
1. La
vicenda migratoria ha ordinariamente una profonda ripercussione anche sugli adulti;
è quasi sempre uno strappo doloroso, è sradicamento da quel contesto sociale,
culturale, linguistico, storico e geografico in cui la loro vita si è
sviluppata. Tanto più è acuto questo sradicamento nel periodo dell’età
evolutiva, uno sradicamento che si ripercuote nei ragazzi anche quando
direttamente fosse stato sofferto solo dai genitori. Anche se il minore può non
averne esplicita coscienza, è ben difficile che la traumatica vicenda personale
o familiare non incida sulla personalità in formazione e vi introduca delle
turbe anche profonde che solo in seguito si manifesteranno.
2. Il
migrante adulto però prima della partenza viveva un ben definito modello
culturale che dava senso a tutta la sua esistenza. La ferita della partenza lo
sollecita, lontano dalla patria, a stare unito con i suoi ed a riprodurre i
modelli culturali antichi che sono la sua identità e costituiscono il suo
orgoglio. E’ attraverso questi modelli che egli valuta, rigetta od assume
valori e comportamenti delle culture del paese di accoglienza.
3. Per
la seconda generazione la situazione è molto differente. E’ una generazione che
non ha un passato vissuto e radici profonde in una cultura. Verrebbe a pensare
che essa si trovi in una situazione ideale per accogliere la cultura del paese
ospitante che apre ad un futuro di speranza. Ma il “vuoto” di questi giovani è
pieno di paure e carico di reattività spesso incomprensibili.
4. C’è
sì un periodo della loro vita, generalmente sino all’adolescenza, in cui essi
sembrano del tutto integrati. Se non fosse per il colore della pelle nulla li
distinguerebbe dai loro compagni di scuola: possiedono la lingua, sono aperti
all’amicizia, hanno gusti e scelte non diversi dai ragazzi della loro stessa
età, ecc. E’ il “periodo carsico”
della loro identità, che riesplode al momento della prima giovinezza con il
riacquisto della capacità critica, quando scorgono di appartenere ad un altro
mondo e lo avvertono perché in certi momenti vengono visti e trattati come
diversi. Soprattutto percepiscono che il mondo dei loro padri non è accettato,
stimato e si fa di tutto per farlo svanire o per assimilarlo. Allora ha luogo
il riavvicinamento, cresce il desiderio di meglio conoscere le proprie radici,
la propria terra, la storia e la cultura dei padri.
Tutto ciò non avviene in modo indolore per il fatto
che questi ragazzi non sono in grado di operare una mediazione tra il sistema
fisso dei genitori e quello più mobile e superficiale della società in cui
vivono. Si crea una sorta di schizofrenia che porta a comportamenti diversi a
scuola e con i compagni di classe, ed a casa e con i ragazzi del proprio gruppo
etnico.
Dovrebbero arricchirsi di due culture e invece non
ne possiedano neppure una. Corrono il rischio di crearsi, se pur
inconsciamente, una cultura “alla carta”, scegliendo modelli comportamentali a
seconda della convenienza.
Questa situazione rende difficile un valido processo
interculturale, possibile solo tra “soggetti di cultura”.
5. Siamo
contro il ghetto e le chiusure, ma dobbiamo egualmente essere contro
l’individualismo e la specificità
culturale che si identifichi con l’ “idiocultura”,
che tutto relativizza.
Tenendo presente questa realtà si comprende il
significato ed il ruolo delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa e nel
mondo e la rete delle comunità cattoliche di altra madrelingua e cultura che la
Chiesa si sforza di creare anche in Italia. Sono luoghi in cui il migrante
acquista coscienza del suo valore non solo come persona singola ma anche come
gruppo e comunità. Da solo verrebbe schiacciato, la comunità salva, dà
coscienza e fa rispettare.
6. Non
sembri strano tutto questo lungo discorso. Mi è parso importante mettere in
evidenza almeno due cose:
a. il giovane straniero se non cresce anche con la sua famiglia e con la sua comunità sarà un assorbito. Pur tra gli inevitabili conflitti generazionali, la famiglia rimane ancora il momento educativo più arricchente.
b. E’ essenziale in un piano pastorale che riguarda gli stranieri prevedere dei luoghi in cui le minoranze etniche si riuniscano. Guai ai soli! Non portiamo ad esempio il singolo che si integra nella parrocchia e dimentica (a volte disprezza) la sua comunità di provenienza. Questi è un fallito.
Non c’è vero sviluppo, non c’è crescita
spirituale ed ecclesiale se non si riesce a spezzare l’individualismo e la
solitudine. C’è sì il pericolo del ghetto e del clan, ma ciò non deve impedire
di offrire luoghi ove queste persone e, nel nostro caso, questi giovani si
sentano pienamente a casa loro, ove si riappropriano della loro cultura e
rafforzano la solidarietà.
E’ questo un momento
indispensabile per una crescita culturale e religiosa originale che permetta di
agire alla pari nella società e nella Chiesa.
E - Attività da privilegiare
Dopo
quanto detto possiamo suggerire alcune cose da fare.
1.
Nei confronti dei giovani immigrati in genere
a) Il primo passo da compiere è quello di conoscere in modo obiettivo il mondo giovanile straniero. Allestire un "osservatorio locale" anche informale, per avere una mappa almeno approssimativa delle presenze giovanili straniere (anagrafe, scuola, lavoro, appartenenza religiosa, USL, circoli sportivi, ecc.) in parrocchia o in diocesi.
b) Favorire l'aggregazione dei giovani stranieri secondo la loro etnia, mettendo anche a disposizione strutture "nostre". Questo aprire locali è segno concreto di quella accoglienza che deve caratterizzare ogni nostro rapporto con loro.
c) Facilitare loro l'adito ai servizi sociali ed ecclesiali del territorio; stampare allo scopo un dépliant a più lingue per facilitare la comunicazione (cfr. il Provveditorato di Bologna che stampa le pagelle scolastiche e le comunicazioni in otto lingue).
d) Rendere sensibili ai ricongiungimenti familiari e porre le premesse per realizzarli.
e) Tenere attente e stimolare le Istituzioni locali perché facciano fino in fondo la loro parte, anche in applicazione della nuova legge sull’immigrazione.
f) Attraverso i giovani venire in contatto con le loro famiglie e tenerle direttamente informate sulle iniziative in atto e in programma.
g) Coinvolgerli il più possibile .e direttamente in iniziative non strettamente "confessionali": di carattere sportivo o ludico, culturale (film, teatro, concorsi, ecc.), sociale di solidarietà.
h) Far appello alle nostre scuole cattoliche perché colgano la grande opportunità di dare maggiore attualità, senso sociale e pastorale ed esemplarità nel privilegiare gli alunni stranieri cattolici e non cattolici. Istituire dei doposcuola che facilitino un valido inserimento nella scuola.
i) Tenersi in stretto contatto con gli insegnanti di religione nelle scuole pubbliche.
l) Seguire il problema dei "mediatori culturali"
2.
Nei confronti dei cristiani cattolici
a) Favorire la loro aggregazione ai nostri gruppi ecclesiali non come semplici ospiti ma come parte attiva. Corresponsabilizzarli sì che possano dare concretezza ai nostri progetti di intervento verso tutti gli immigrati.
b) Altrettanto favorire che dentro alle loro comunità pastorali etniche si costituisca e operi un gruppo giovanile, col quale tessere rapporti.
c) Azione educativa in profondità per una educazione comune, nostra e loro, alla nuova dimensione di pluralismo etnico, culturale, religioso della odierna società. La formazione dei leaders è un impegno primario cui dedicare tempo e mezzi.
d) Industriarci non solo per conoscere meglio il credo religioso dei giovani non cattolici, ma pure per far pervenire loro (ai non cattolici, per es. ai musulmani) attraverso opuscoli o messaggi diretti, almeno a titolo di arricchimento culturale, i punti essenziali della nostra fede cristiana.
e) Occhio attento a quanto lascia supporre che in qualcuno di loro si ponga qualche interrogativo sulla nostra fede: essere disponibili e preparati a "rendere testimonianza della speranza che è in noi" e assicurare che in diocesi sia allestito un cammino di catecumenato fatto su misura della nuova realtà immigrata; preparare qualche giovane perché accompagni, condividendone l'esperienza, chi intraprende questo cammino al battesimo.
NB. Può darsi anche il caso che ragazzi e giovani non cattolici spontaneamente e volentieri chiedano di partecipare ad attività e gruppi specificamente cattolici, o direttamente (vedi il gruppo AC di Salice) o tramite la famiglia (vedi l'esperienza di Mantova). Occorre in questo caso non il categorico rifiuto ma la massima discrezione.
(1) “Le politiche giovanili” di Luigi Rigogliosi in ‘Esperienze sociali’ pag. 19-52 (gennaio 1998).