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AZIONE  CATTOLICA  ITALIANA

Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi

 

Presidenza diocesana

 

 

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La radice della Testimonianza

 

 

Riflessioni dell’Azione Cattolica diocesana sul Capitolo II della Traccia di riflessione in preparazione al Convegno Ecclesiale di Verona e sull’ambito della cittadinanza

 

 

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Ciò che caratterizza innanzitutto il cristiano è la fede, cioè un’adesione al Dio unico e vivente, raccontato in modo definitivo da Gesù, immagine visibile del Dio invisibile.

Oggi, di questo primato della fede siamo più consapevoli che non nel passato, perché sappiamo meglio distinguere tra fede e religione.

Il cristianesimo non è una religione, anche se si incarna in forme religiose. Specifico del cristianesimo, ha scritto Marcel Gauchet, è infatti l’uscita dalla religione!

Scrive Enzo Bianchi che oggi il fenomeno religioso è ritornato con aggressività e capacità estensiva, soprattutto attraverso le forme inquietanti dell’integrismo fondamentalista, dei falsi orientalismi, delle soluzioni terapeutiche, tutte forme che riescono a sedurre gli occidentali impegnati in “turismi spirituali”, ma che in verità li conducono ai lidi dell’indifferenza verso gli altri.

Si assiste a una diminuzione più o meno marcata del numero di coloro che partecipano all’eucaristia domenicale. Inoltre, in seguito ad un profondo mutamento della cultura e della mentalità, i credenti hanno assunto un’altra relazione con la Chiesa: è diffusa una rivendicazione individuale di autonomia per quanto riguarda la vita privata. Anche nel credere oggi c’è un eccesso di individualità, un narcisismo della ricerca spirituale che rode la relazione, svuota la comunicazione, non sente il bisogno di comunione. Ciò induce molti cristiani a non praticare il culto in modo regolare, senza tuttavia che questo comporti una rottura esteriore con la Chiesa.

Oggi giorno sono presenti tre tipi di comunità: una comunità eucaristica; una battesimale, di coloro che pur battezzati non sono praticanti; e al centro un gruppo difficile da definire. Costoro possono essere definiti cristiani a intermittenza, che vivono la pratica cristiana in occasione di eventi particolari o privilegiando dei luoghi, come i santuari. Possiamo aggiungere un quarto gruppo nato di recente: infatti, ci sono persone che dopo essersi allontanate dalla fede dopo l’iniziazione cristiana, in età adulta bussano alla porta per riscoprire le loro radici.

Da una ricerca condotta dall’Istituto Iard “Franco Brambilla” e dal Centro di orientamento pastorale (Cop) su La religiosità giovanile in Italia. Come i giovani vivono il rapporto con la religione, come la religione influisce sulle scelte e sui comportamenti quotidiani. emerge la fotografia dell’universo religioso giovanile del nostro Paese. Le forme della religiosità giovanile appaiono frammentate e tese verso una religione “bricolage”, e un consistente numero di giovani che si definiscono cristiani fa della religione solo un’etichetta. Ad essi si contrappone il  gruppo dei praticanti, per cui l’essere cristiani comporta scelte di vita.

La ricerca coglie un dato enorme: “io credo, ma da solo”. C’è l’urgenza di raccogliere questa sfida che i giovani lanciano alla Chiesa italiana.

Emerge, osserva Mons. Sigalini, che esiste una tensione verso la spiritualità e la fede, ma questa tensione non trova risposte attraverso le tradizionali forme di partecipazione religiosa. La Chiesa non riesce a parlare, dialogare, fare delle proposte ai giovani. La pratica religiosa dei giovani sembra spostarsi verso una dimensione soggettiva, centrata intorno alla preghiera individuale, e allontanandosi dalla tradizionale partecipazione a momenti e celebrazioni collettive.

A nulla servono tutti gli sforzi messi in atto per promuovere innovazioni nella liturgia, nella vita ecclesiale, nella stessa catechesi. Ha scritto Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI: <<La conversione del mondo antico al cristianesimo non fu il risultato di un’attività pianificata, ma il frutto della prova della fede quale si rendeva visibile nella vita dei cristiani e nelle comunità della chiesa… La nuova evangelizzazione, di cui abbiamo oggi così urgente bisogno, non la realizziamo con teorie astutamente escogitate: l’insuccesso catastrofico della catechesi moderna è fin troppo evidente. Soltanto l’intreccio tra una verità in sé conseguente e la garanzia nella vita di questa verità può far brillare quell’evidenza della fede attesa dal cuore umano. (J. Ratzinger, Guardare Cristo. esercizi di fede, speranza e carità)>>.

Questo periodo di crisi, di mutamento della società, deve rendere il cristiano fecondo. Occorre compiere un salto di qualità, che la fede diventi viva e feconda, e impedire che sia solo un ricordo mal coltivato durante l’iniziazione cristiana e rimanga un ideale.

Per una fede matura è necessaria una capacità di rielaborazione. Non è possibile che le conoscenze si fermino al catechismo dei fanciulli. Ma è necessario pensare una formazione continua, un’educazione permanente, che si venga a innestare sulle conoscenze già in possesso e che porti a sviluppare una fede vera, matura.

La fede viene dall’ascolto, proclama l’apostolo Paolo (cfr. Rm 10,14.17). La fede nasce dall’ascolto di un Dio che parla attraverso Gesù, attraverso il suo modo di vivere, le sue parole, la sua morte. Sicché al centro della fede cristiana c’è Gesù di Nazaret. È lui la via per andare a Dio (cfr. Gv 14,6).

Quando a Gesù chiedono: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?», egli risponde: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato!» (GV 6,28-29).

La fede adulta di cui tanto si parla oggi, è, dunque, quella che si traduce in una comunione profonda con Cristo Gesù; è un dimorare in Lui, essere innestati in Lui. Quando questo si realizza, la vita cristiana è capace di mostrare la differenza cristiana rispetto alla vita di chi cristiano non è.

È in questo vissuto nuovo del cristiano che deve esserci l’epifania dell’amore!

Un antico adagio patristico recita così: «Unus christianus, nullus christianus»! Non c’è nessun cristiano – è questo il senso della frase latina – senza che ci siano dei cristiani da cui ha ricevuto la fede (la fede cristiana proclama sempre che Dio è il Dio dei padri, degli altri, prima di essere il mio Dio!). 

Di conseguenza c’è un grembo in cui il cristiano è generato da Spirito Santo, c’è un ambiente in cui il cristiano cresce e diventa maturo. E questo spazio è la Chiesa.

La Chiesa è essenziale per la vita del cristiano. Il cristianesimo non può essere ridotto a movimento.

È fondamentale allora riscoprire l’ecclesia come luogo ordinario della vita cristiana e spirituale: a patto che la chiesa si strutturi in comunione, in comunità fraterna e aperta, in spazio dell’amore fraterno. Senza chiesa non c’è vita cristiana!

La ricerca, sopraccitata, mette anche in discussione «la responsabilità educativa degli adulti e talvolta ne denuncia l’assenza». Invece la presenza dei più grandi «è avvertita dai giovani come una grande attesa» che tuttavia potrebbe solo restare tale se non si rimotiva e rilancia il dialogo tra le generazioni.

Oggi c’è un appello a richiamare la fatica di educare i giovani alla fede, e del farsi educare dai giovani. Chi ha partecipato a eventi come la Gmg, e anche chi vive nella quotidianità vicino ai giovani, è consapevole che va sostenuta e cercata questa “reciprocità feconda” per far crescere la fede e la comunità cristiana. Una possibile strada da seguire è quella del binomio fede/vita. La fede esige di essere raccontata: c’è bisogno di cristiani capaci di raccontarla.

Si devono invitare i giovani e gli adulti praticanti a non chiudersi nelle proprie strutture e che le loro capacità artistiche come musica, recital, rappresentazioni sacre, siano offerte a tutti attraverso dei modelli comunicativi con livelli professionali alti che reggano il confronto, in modo da raggiungere chi non è vicino alla chiesa..

Quindi camminare insieme, con entusiasmo e coerenza, serietà e limpidezza. Bisogna scommettere. Investire in formazione. Impegnarsi a rendere accogliente la nostra casa di credenti, più luminosa, con finestre e porte aperte, e con la mensa, piantata al centro del nostro cuore: costruire così una community autenticamente cristiana.

 

Nella cittadinanza «si esprime la dimensione dell’appartenenza civile e sociale degli uomini. Tipica della cittadinanza è l’idea di un radicamento in una storia civile, dotata delle sue tradizioni e dei suoi personaggi, e insieme il suo significato universale di civiltà politica.»

Il concetto di cittadinanza sta attraversando un periodo di transizione quanto al senso ed alla portata. Si è di fronte ad una svolta epocale in cui prevarrà non tanto una cultura monolitica, ma una pluralità di culture in dialogo a volte conflittuale fra esse, a seconda di come sarà gestito questo periodo di passaggio: se prevarrà la paura del confronto con il diverso, o viceversa il coraggio e l’intelligenza del reciproco riconoscimento. Un ruolo rilevante spetterà alle culture che, senza rinunciare alla loro identità, sapranno svolgere in questa società globale, compreso il cristianesimo.               Occorrerà ripetere l’atteggiamento di San Paolo, visto come vero modello di cittadino della società globale. San Paolo nacque in Turchia da una famiglia ebrea di lingua greca. Leggeva la Torah in ebraico. Visse a Gerusalemme, dove parlava l’aramaico. E a chi gli chiedeva il passaporto rispondeva in latino: civis romanus sum.

Che significato ha, oggi, il concetto di cittadinanza? Spesso la cittadinanza si confonde con il volontariato, con la denuncia delle situazioni di presunta illegalità, con la faziosità sociale che si sovrappone alla faziosità politica.

In realtà, cittadinanza significa trovare senso della vita e dell’impegno cristiano nella costruzione di una città degli uomini fondata su due pilastri: l’amore per il prossimo, che non può essere mai scisso dall’amore di Dio, e il dovere di solidarietà verso ogni essere umano, soprattutto verso i più deboli, i bisognosi. Se l’impegno nel volontariato ha lo scopo di rispondere ai bisogni del prossimo, l’impegno sociale è l’espressione delle carità più ampia. Cristo ha mandato i suoi discepoli a predicare il Vangelo in tutto il mondo; il cristiano, dal suo canto, è chiamato a vivere la propria fede non solo nel privato. Anche Benedetto XVI lo ricorda: «La fede non si riduce a sentimento privato, magari da nascondere quando diventa scomoda, ma implica la coerenza e la testimonianza anche in ambito politico in favore dell’uomo, della giustizia e della verità».

Anche la Lettera a Diogneto ricorda che i cristiani sono uomini e donne nel mondo! Se i credenti sono mossi dalla fede nel Risorto, essi non possono non essere coscienza critica del mondo, sospinti unicamente dall’amore per la persona umana. I cristiani hanno il dovere della condivisione, introducendola nelle scelte per la città attiva di uomini e donne solidali, nelle scelte per il bene comune, nelle scelte per il pieno sviluppo della persona, senza avere paura dei propri simili e con la gioia del servizio. Essi devono dare il loro contributo a costruire una città partendo dal nuovo, da ciò che interrompe un passato di chiusure e di individualismi. Diventare testimoni di una democrazia fondata sul dialogo e sulla speranza, fondata in ultima analisi su Gesù Cristo.

 

Per noi laici di AC, chiamati ad essere “nel mondo”, e ad essere testimoni di Cristo Risorto, la quotidiana preghiera e partecipazione alle celebrazioni liturgiche, ci mostrano l’assoluta certezza della presenza di Cristo nella nostra vita e rinnovano la nostra appartenenza a Cristo iniziata nel momento del Battesimo. Inoltre sono linfa vitale nei momenti di allontanamento dalla fede che possono verificarsi nella vita di tutti i giorni, assediata da modelli in controtendenza rispetto al Signore, che cercano di “deviare” il nostro Credo. Solo con la preghiera costante rivolta al Padre, noi, sul modello di Gesù, che pregava il Padre suo in ogni momento, possiamo radicare la nostra fede nel mondo ed essere testimoni efficaci del Risorto.

La certezza di noi laici di una fede salda, ci è data dalla certezza dell’amore di Dio per noi che si manifesta durante la nostra vita. La gratuità dell’esperienza dell’amore di Dio, fa cambiare le nostre prospettive “consumistiche” delle relazioni; Dio ci ama perché è Padre, e non ci domanda nulla in cambio! Noi dunque, pervasi da questo amore senza fine, dobbiamo riversarlo sul prossimo, senza attendere una contropartita, ma solo per rispondere in minima parte all’amore di Dio. Inoltre noi laici di AC, abbiamo il valore aggiunto  dell’appartenenza ad una famiglia cristiana che fa nostra l’esortazione di San Paolo : “bisogna che sia formato Cristo in voi”, e che ci spinge a vivere la fede in modo autentico sia nelle relazioni personali nei nostri gruppi di appartenenza, sia in un impegno sociale che si manifesta nella partecipazione attiva alla vita della comunità sociale di cui facciamo parte. La fiducia nella vita illuminata da Cristo, ci apre la strada alla vocazione al matrimonio e alla famiglia. Il matrimonio, immagine e simbolo dell’alleanza che unisce Dio con il suo popolo in Cristo e nella Chiesa, è una chiamata a realizzare il progetto di Dio su ciascuno di noi e viene reso fecondo dall’esperienza di generare una nuova vita. La vita generata va difesa, e questo è un altro grande impegno dei laici: la difesa della vita e la sua cura. La vita come dono di Dio, e l'atmosfera come pre-condizione per la nascita e la continuazione della vita stessa sono "dono celeste di grazia amorevole" condivisa con tutta la creazione. Inoltre la vita va difesa non solo al momento del suo concepimento, ma soprattutto eliminando la cultura della morte e della guerra che è realtà dei nostri giorni. In questo noi laici dovremmo impegnarci di più, nel dire al mondo che noi “testimoni di Gesù risorto” siamo qui a dare speranza nel mondo!

L’amore di Dio per noi, ci apre la strada ad un’altra importante realtà, quella del perdono che Dio ci offre, sempre nella nostra vita di peccatori. Questa è di sicuro l’esperienza più grande dell’amore di Dio che noi possiamo fare; sapere che Dio ci ama e ci dona la vita è già un grande dono di amore per noi, ma sapere che Dio Padre è disposto a cancellare i nostri errori, le nostre colpe, è quanto di più bello potesse fare per noi. Spesso però questa nostra consapevolezza assopisce un po’ le coscienze, e ci fa perseverare nel peccato. L’esperienza  più bella che un cristiano possa fare e prendere coscienza dei propri errori e aprirsi al cambiamento, alla conversione con la consapevolezza che l’amore di Dio gratuito, ripaga di quelle rinunce al superfluo che il cristiano è chiamato a compiere.

 

Il diffuso sentire di una relativa e sempre meno autentica testimonianza da parte dei Cristiani di questo tempo richiama le Comunità ecclesiali e, in esse, le realtà aggregative, a superare un modello pastorale autoreferenziale, che pensa e forma le persone in vista di incarichi e compiti da svolgere, a scapito di uno stile di vita da assumere e manifestare.

Una comunità di operatori, più che di testimoni, alimenta una vita cristiana schizofrenica, una dicotomia tra lo stile di servizio ecclesiale e quello della vita privata e sociale. Ulteriore prova è la sensazione di "stress da pastorale" che si manifesta nel volto e nell'atteggiamento di quanti, clero e laici, vivono con più impegno la vita ecclesiale: un perpetuo e irraggiungibile susseguirsi di date, ore, iniziative... che sovrasta talvolta i vissuti e i bisogni personali delle persone con le quali si collabora.

Conseguenza di ciò è l'incapacità di trasferire il valore di una vita cristiana nelle esperienze della quotidianità e la palese manifestazione di uno stile di vita non molto difforme da quello proposto dalla cultura dominante.

Provvidenziali sono allora le situazioni di prova, determinate tanto dalla sofferenza fisica quanto da quella sociale, per cui il cristiano si ritrova giocoforza a dover verificare la propria fede. Le nuove figure di santità che possono e devono essere additate al popolo cristiano sono proprio quei fratelli e sorelle che, più numerose di quanto si possa pensare, hanno scoperto e assunto l'essenziale nella propria vita e lo testimoniano con uno stile di vita semplice, gioviale, fortemente relazionale, che sa farsi anche tacita risposta alle sfide di questo tempo.

Torna allora l'urgenza di impostare itinerari di evangelizzazione e di formazione sempre più coniugati con la vita, in cui la parola si dissolva nell'esercizio di vita e viceversa; che sappiano cioè sviluppare i grandi e piccoli temi dell'esistenza con scelte di vita personali, familiari e comunitarie che profumino di Vangelo.

 

Spesso le coordinate della vita individuale e sociale sono quelle della conservazione, per sé e per pochi, di beni, materiali e immateriali, ricevuti invece quali talenti da far fruttificare. Anche la vita spirituale si poggia su quella logica della conservazione, poiché si è intimisticamente tentati a pensare alla propria salvezza anziché a quella della comunità nella quale si vive. Si è, cioè, portati a pensare alla salvezza della propria anima, a preservare se stessi dal mondo che ci circonda e a chiuderci in un atteggiamento di difesa di fronte ad esso.

Al contrario, nelle associazioni e nella comunità intera bisogna continuamente educarsi ad accogliere, ad usare misericordia verso le situazioni di abbandono al peccato, alla condivisione delle gioie e delle esperienze negative, a riconciliarsi reciprocamente.

La nostra comunità ecclesiale, sull’esempio del Signore, deve educarsi continuamente a prendersi per mano ed a perdersi nell’amore. Perdersi per causa Sua e per il Vangelo, amandosi reciprocamente come Egli stesso ha fatto. Allora conservare non significa chiudersi o sprecare la vita dietro false illusioni e alla ricerca della soddisfazione di se stessi; significa, invece, innestare la propria vita, e quella della comunità, in quella di Cristo facendo morire tutto ciò che è di egoistico, per diventare testimoni della speranza pasquale.

Invece di custodire beni per gli egoismi individuali, i laici adulti nella fede custodiscono la Buona Novella, ridonandola alla società pluralista contemporanea per aprirne i confini e per far sì che la comunità ecclesiale non innalzi barriere di difesa dogmatica attorno a sé. In un mondo problematico ed anche estraneo ai valori fondanti del cristianesimo, nelle parrocchie si avverte la tentazione di credere i locali associativi come migliori del mondo esterno, piu’ protettivi del disordine mondiale. Oppure di credere che il credente non riuscito nella società possa affermarsi in ambito ecclesiale.

A questa tentazione di individualismo religioso deve contrapporsi l’apertura missionaria, la riconciliazione con la realtà circostante, la condivisione del tempo presente, la proposta di senso per il mondo contemporaneo. Compito delle associazioni ecclesiali diventa quello di stimolare la comunità ecclesiale nella sua interezza, e in special modo le parrocchie, ad aprirsi, a far posto a chi non ha posto, a rinunciare alle consumate certezze organizzative per accogliere le esigenze di chi chiede un segno di accoglienza spirituale; devono saper stimolare a percorrere sentieri di conoscenza della fede ancora da battere.

In questo rinnovato quadro della testimonianza cristiana propria dell’associazionismo ecclesiale, la missione dell’evangelizzazione potrà svolgersi non soltanto verso le esigenze di primo annuncio per coloro che mai sono stati raggiunti dalla grazia della Parola. Tale missione potrà rivolgersi, anche, verso coloro che il primo annuncio l’hanno già ricevuto ma che, per condizioni varie di vita e di fede, non vivono la comunione con la Chiesa e si sono allontanati da una vita religiosa. La ri-evangelizzazione comporta alcune modalità di azione:

-        diffondere, tra le persone che si riaffacciano alla Parola, la bellezza del messaggio cristiano, la bellezza del dialogo, del confronto tra le questioni della vita e la prospettiva dello stare con Cristo;

-        diffondere la speranza verso tempi migliori, verso l’importanza di Cristo per la vita personale e quotidiana;

-        creare sinergie tra associazioni, movimenti e gruppi per un progetto allargato di crescita comunitaria nella grazia e nella santità.

 

Le nostre comunità con varie modalità sono in grado di offrire cammini di iniziazione alla vita cristiana in tutte le stagioni della vita. Amare coloro che ci circondano è il primo passo per amare Dio che si è reso visibile nei fratelli. Crediamo che le relazioni caritatevoli rendano veramente i cristiani conformi al volto di Gesù Cristo. La nostra fragilità consiste nel dimenticare a volte che il volto sfigurato ed emaciato della passione, è lo stesso volto che si trasfigurò sul monte Tabor. Ciò significa che la difficoltà di vivere da cristiano oggi non si debba tramutare in eccessiva preoccupazione ma in positiva speranza.

I centri di ascolto della nostra comunità si propongono di aiutare soprattutto le persone e le famiglie in difficoltà relazionali, auspichiamo che il sostegno offerto da queste strutture sia sempre più incisivo nel tessuto socio-culturale delle nostre comunità cittadine.

Per quanto riguarda il confronto con la Parola di Dio, si nota come non manchi il carattere dell’assiduità. Oltre agli appuntamenti ordinari, nei momenti forti le nostre comunità offrono ulteriori momenti di riflessione ad hoc che aiutano l’operare fecondo della Parola in noi credenti.

 

Molfetta, 8 maggio 2006

La Presidenza diocesana

 

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